Articolo di Davide Rostellato

Luce della coppia di registi Silvia Luzi e Luca Bellino ci mostra un piccolo spaccato di tempo nella vita di una donna, interpretata da Marianna Fontana (L’ultima volta che siamo stati bambini), tra il lavoro nella fabbrica di pelli e la vuota vita al di fuori, inserendo come compagno in questo viaggio di 93 minuti Tommaso Ragno, una presenza però solo vocale.
Con dei registi che provengono dal mondo documentario, si nota come permeano all’interno di questa fiction tratti identitari come il primo piano e i long take, con un continuo e ossessivo seguire la protagonista, un modo, quello del primo piano, di mostrare come lei si senta soffocata nella routine di tutti i giorni, da cui non sa (o non vuole) uscire. Una fabbrica che diventa carcere, in un controcampo con la vera prigione in cui si trova il personaggio di Ragno che, a detta dei registi, dovrebbe creare una discussione sia sul tema del lavoro che delle carceri, ma che in realtà non si concentra affatto su ciò, lo spunto di dibattito è forse una lontana ambizione.
La volontà da parte di Luzi e Bellino di mostrare una figura desiderosa di cambiamento, di mostrarsi come il volto di una rivolta, anche solo personale, non regge in quanto quello che emerge da Luce è una ragazza che vive nell’apatia e nella tristezza, che soffoca nella propria routine, che vi è bloccata dentro, ma in nulla si trova un principio di volontà di cambiamento. Se non forse in un finale che vuole essere criptico, con la protagonista che beve un cartone di latte, quello stesso latte che avrebbe dovuto far tornare il gatto scappato, mai bevuto, e che invece qui impedisce a Marianna Fontana di tornare a casa, aprendola a un nuovo futuro.

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