LIFE’S A BITCH (dir. Xavier Seron)

Articolo di Davide Rostellato

Nella storia dell’umanità molte religioni hanno associato i cani alle divinità, che lo fossero essi stessi o che ne fossero compagni, perciò non è una novità riscontrare che in Life’s a bitch i cani vengono connessi al messicano Xolotl o al mito di Atteone e Artemide o ancora all’agiografia di San Rocco.

Inizialmente, troviamo un dio messicano che fa le veci del nostro Caronte, traghettando il sole nell’aldilà e aiutando i morti nel loro viaggio, proprio come fa Mezcal con il suo padrone suicida prima di vedersi adottato dal vicino sottostante, restio dall’averlo in casa. Il suo compito certo non termina nel passaggio di proprietà, anzi, sembra sia iniziato da prima, con un’influenza precedente alla sua entrata in scena. Tom (Jean-Jacques Rausin) si trova a convivere con la morte, ad affrontarla, nonostante il timore e le peripezie che lo accompagnano come un cane fedele. Troverà anche lui la sua dipartita finale, in questo caso figurativa, quando indosserà le corna di “cervo” impersonando il greco Atteone.

Mentre Greta (Aurora Marion), protagonista del secondo episodio, vede la vicenda di San Rocco completamente rigirata a suo sfavore, dove il cane o in questo caso la sua personificazione non la salverà, lasciandola a se stessa in una morte che ancora non è, ma che per lei è la fine di tutto.

Proprio la dipartita finale è l’altro fil rouge che unisce il trittico messo in scena da Xavier Seron, che si mostra più come pittografica, sul margine (se non quando riguarda i personaggi canini), come a cercare di schermare il suo reale impatto o di esorcizzarla con un Ave Maria.

Life’s a bitch è un film assurdo, che porta lo spettatore a fare un viaggio invisibile ciclico, come è il trittico, attraversando le sponde della comicità, per raggiungere la satira a un mondo che delle persone se ne frega, un mondo di glamour che lascia Greta inconsapevole della sua solitudine e della sua temporanea bellezza; per approdare, infine, a un dramma quasi romantico che gioca con la morte secondo una linea narrativa più classica, ma che nell’assurdità generale del film stona e sembra quasi mostrarsi come un porto sicuro, un ritorno all’equilibrio scosso dai due episodi precedenti.

Lascia un commento