Articolo di Davide Rostellato

Matthew Rankin porta sullo schermo l’assurdo dell’autobiografismo, in un lungometraggio che unisce l’arida comicità alla Kaurismaki e l’estetica studiata di Wes Anderson, creando una Winnipeg fittizia, artificiale, irreale che unisce il Quebec a Tehran tramite un intreccio calcolato di vite umane. Con una serie di personaggi quasi caricaturali, Rankin ci accompagna attraverso le vie labirintiche della città, con le sue stranezze e ossessioni per i Kleenex o le torte di compleanno, in un percorso mappato da un’improvvisata guida turistica.
Un percorso di vie concatenate, che man mano snoda i suoi punti d’intreccio, diramandosi in una fitta trama di interconnessioni tra i diversi personaggi che incontriamo. Ogni singola figura di Universal Language ha un ruolo da interpretare, un posto ben preciso da occupare nella narrazione, fisso, se non per un momento in cui Matthew esce da se stesso, termina il suo ruolo, si distacca dal costume indossato fino a quel momento per entrare nei panni della strampalata guida e prendere il suo posto
Lo dicono gli stessi personaggi, “ho interpretato un ruolo”: siamo tutti personaggi nella nostra e nella vita di qualcun altro, così come ce lo mostra il cinema, sottotesto che regge le fila della pellicola. Personaggi di un film, personaggi di una vita, qual è la differenza? Si tratta sempre di una interpretazione e cosa è meglio di una catarsi cinematografica per esorcizzare la propria vita, soprattutto quando ci si mette in scena in prima persona come Rankin? Mostrando anche come siano le relazioni umane a portare un certo grado di conforto e ad accompagnare e sorreggere un percorso tutto personale, come queste siano la lingua universale che ci fa da rete protettiva, non importa che si parli farsi o francese o qualsiasi altra lingua, quella rete ci sarà.


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