Articolo di Davide Rostellato

Il 12 aprile al Cinema Godard (Fondazione Prada) abbiamo avuto il piacere di assistere alla Masterclass di Alfonso Cuarón. In dialogo con Paolo Moretti, il regista messicano ha ripercorso le tappe del suo cammino cinematografico, da quando era un bambino estasiato alla vista di Ladri di Biciclette, alla frequentazione dei cineclub messicani, fino ai suoi primi film, all’esperienza hollywoodiana e a Gravity.
Gli inizi nel cinema
L’amore, o forse meglio la fascinazione, per il cinema arriva per Alfonso Cuarón con la visione “proibita” di Ladri di biciclette (1948, Vittorio De Sica), quando era bambino in una serata insieme al cugino, nella quale semplicemente volevano sentirsi grandi guardando un film per adulti. Parlando con la madre della sua voglia di scoprire altri film del genere, lontano dal cinema prettamente per bambini, inizia a frequentare i cineclub messicani. Si trova a compiere una ricerca formale, che al tempo stesso è una ricerca misteriosa, data la sua giovane età e il fatto che difficilmente capisse i film che si trovava davanti.
All’età di 6 anni decide di voler fare cinema, nonostante non avesse chiara la distinzione tra regista, sceneggiatore, attori, ecc. Giocava a fare i film. E con il making of di un film di Sergio Leone, Cuarón scopre il personaggio del regista che lavora con vari collaboratori per realizzare il film e da qui decide di fare cinema e poi il regista. Comincia a girare tanti film con attori che trovava tra parenti e vicini, ma li girava senza pellicola, con la macchina da presa vuota perché era troppo costosa.
Vicino a casa c’era uno studio di pubblicità, qui conosce un tecnico con il quale instaura un’amicizia e dopo scuola andava a guardare come girava le pubblicità. Comincia poi a lavorare come assistente per un documentario, dove conosce un Messico più profondo, lontano dalla sua esistenza, veramente povero. Si tratta di un’esperienza di apprendistato di cinema, ma anche del Messico in quanto paese e della sua società.
L’incontro con Chivo

L’incontro con Chivo (Emmanuel Lubezki), che sarà il suo direttore della fotografia, arriva nei cineclub in Messico, prima ancora dell’università. Questa è un’epoca bellissima per il cinema in Messico con i suoi innumerevoli cineclub che permettono anche la circolazione di molti film provenienti dall’Europa dell’est. Il rapporto creativo tra Cuarón e Chivo nasce parlando di film.
Parlano del cinema messicano degli anni ’60 – ’80, che trovavano tecnicamente povero; tanti erano i registi meravigliosi, ma il lavoro tecnico che si vedeva sullo schermo sembrava povero. Inizia la ricerca ossessiva per comprendere come riuscissero i film europei e americani, come riuscissero a mettere in scena quella qualità tecnica e artistica, per fotografia, suono…
Sólo con tu pareja (1991)

Sólo con tu pareja è il primo lungometraggio di Alfonso Cuarón, sceneggiato insieme al fratello Carlos e con alla fotografia Chivo. Durante la realizzazione di questo film, Cuarón ha imparato la sicurezza nel fare cinema. La preoccupazione per l’aspetto tecnico era molto elevata, si parlava molto sul set dei difetti, con preoccupazione per non ripeterli in seguito con i prossimi film.
“L’unica ragione per fare un film è imparare quello da fare per il prossimo.”
Questo film, inoltre, ha forzato Cuarón a sviluppare una comprensione dell’industria cinematografica, soprattutto della distribuzione. Il cinema messicano non usciva dalla nazione, ma Cuarón voleva mostrare Sólo con tu pareja in tutto il mondo, riuscendo anche a ottenere una premiere al Festival di Toronto
Sólo con tu pareja si rivela un apprendistato intenso e doloroso, che gli mostra il mondo aggressivo dell’industria, lo scontro tra l’amore per il cinema e il commercio del cinema, l’interesse dell’industria. Questo porterà anche a creare un antagonismo con l’autorità del cinema in Messico, che non vorrà più lavorare con lui, avendo come conseguenza la necessità di trovare un nuovo posto e questo posto sarà Hollywood.
A Little Princess (1995)

Dopo l’episodio della serie Fallen Angels, Cuarón passa un periodo a leggere sceneggiature di Hollywood, ma sono tutte spazzatura. Poi arriva A Little Princess, il film che ritiene essere uno dei suoi migliori, non solo per il film in sé, ma anche per l’esperienza dello girare, il set, il cast. Era la prima volta che faceva un film enorme a livello di budget, aveva tutto quello che desiderava a disposizione, era come essere in un negozio di dolci per un bambino.
Con la realizzazione di A Little Princess, Cuarón si pone l’obiettivo di cercare un punto di vista diverso e pone la macchina da presa all’altezza della ragazza: tutto è nel punto di vista del personaggio principale, non si vedono immagini che il protagonista non potrebbe vedere. Limitante, sì, ma questa consistenza va a creare un universo specifico. Scopre che nell’arte la limitazione è fondamentale, è scegliere che strada intraprendere.
Great Expectations (1998) e Y tu mamá también (2001)

Il progetto successivo, Great Expectations (Paradiso perduto), invece si rileva una delle peggiori esperienze della sua vita, ma al tempo stesso anche quella da cui ha imparato di più. Accetta di fare il film, nonostante non lo sentisse suo, con l’arroganza di poter colmare a livello formale le mancanze della sceneggiatura. Forse avrebbe dovuto ascoltare il suo primo istinto.
Cuarón si sente depresso per via dell’esperienza hollywoodiana di anni passati a leggere pessime sceneggiature. Decide di recarsi in una videoteca, sceglie una trentina di film e li guarda uno dopo l’altro, in una ricerca di ritrovata passione per il cinema. Dopo circa una ventina di film, chiama il fratello Carlos e cominciano la scrittura di Y tu mamá también.
Il film è una forte reazione all’esperienza industriale, è il ritorno a un’esperienza artigianale e di assoluta libertà. Cuarón voleva girare il film che avrebbe girato prima di andare a scuola di cinema, con amore e senza regole tecniche. Qui ritrova il piacere, il piacere dello scoprire il cinema e tutte le sue possibilità.
Harry Potter (2004) e Children of Men (2006)

Dopo l’esperienza di Y tu mamá también, Cuarón si trova in un periodo di magra e gli arriva sul tavolo la sceneggiatura di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, ma non è interessato. Non conosce la saga, finché non parla con Guillermo del Toro che si arrabbia con lui (“pendejo arrogante de mierda”) perché non voleva leggere il libro. Cuarón ritorna sui suoi passi, legge il romanzo di J. K. Rowling e inizia un nuovo viaggio, in cui riesce a fare suo un mondo che già aveva alle spalle due film.
Children of men, invece, arriva dagli attacchi dell’11 settembre. Cuarón era curioso di capire cosa sarebbe accaduto nel XXI sec., che strada avrebbe percorso questo nuovo ciclo. Il progetto era in lavorazione prima di Harry Potter, ma la green light non arrivava da nessuno; dopo il film sul maghetto, invece, i produttori fanno dietro front e il film viene realizzato.
Tutto quello che succede sullo sfondo è reale, è il punto di partenza; l’unica invenzione è la sterilità, che è metafora di mancanza di speranza. Non è un film profetico, tutto quello che c’è succedeva all’epoca, “ma noi siamo troppo a nostro agio per fare qualcosa“.


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