Articolo di Chiara Fusar Bassini

Lunedì 5 maggio, la Cineteca Arlecchino ha accolto in una sala piena di persone la proiezione de L’ultimo viaggio di Lorenzo Ceva Valla e Mario Garofalo. Il film, prodotto dalla Ainom Films e presentato al Trento Film Festival, vede nuovamente la collaborazione dei due registi che insieme avevano già realizzato Il contrattempo (2008), Ainom (2011) e Madeleine (2017).
Il film racconta il viaggio di un prete (Fabio Marini) che, di nascosto, trascina su per la montagna, chiuso in un baule sopra a un carretto, il corpo di sua madre defunta. La sua meta è un lago, sulle sponde del quale l’uomo vuole seppellire la donna che lui stesso ha aiutato a morire dopo una lunga malattia. Durante il viaggio, l’incontro con una pastora (Debora Zuin), che si offre di accompagnarlo dietro pagamento, si rivela un’occasione per riflettere sui temi della morte e del senso di colpa da due punti di vista molto distanti, in una situazione di fatica non solo fisica, ma soprattutto emotiva. Nonostante la profonda differenza fra i due e le loro visioni del mondo, il prete e la pastora avranno modo di conoscersi e di aiutarsi.
Al termine della proiezione, si è tenuto un confronto tra i registi Ceva Valla e Garofalo insieme al politico e attivista per i diritti civili Marco Cappato, che hanno parlato dell’elaborazione artistica dei temi trattati nel film. La scelta di rappresentare una morte volontaria è inserita nella cornice di un’indagine sulla natura umana dell’azione e delle sue conseguenze intorno alla persona sofferente. In questo contesto, anche il bosco e la montagna, quasi un terzo personaggio, rappresentano con la loro forte presenza visiva e sonora il ciclo della natura che termina nella morte. La natura è qui anche natura umana: la pietà ne fa parte e va accettato. Eppure, il senso del film non è sostenere che l’eutanasia sia una cosa giusta, ma rappresentare una storia in cui, a partire da una scelta – il desiderio della madre di porre fine alla propria sofferenza – due personaggi diversi ma complementari si ritrovano in armonia nella loro profonda divergenza spirituale e valoriale, cercando un punto di contatto.

Dopo il confronto, abbiamo avuto l’opportunità di fare una breve intervista ai registi, che si sono occupati anche della sceneggiatura, insieme a Luigi Scala.
Nonostante l’avvicinamento umano tra i due, i personaggi alla fine del film non cambiano le proprie convinzioni sul tema del fine vita: il prete rimane nel suo senso di colpa, mentre la pastora pensa che lui abbia fatto la cosa giusta. Questa distanza ideologica tra i due era intenzionale? Come l’avete esplorata all’interno del concetto di autodeterminazione nella scelta del fine vita?
Lorenzo Ceva Valla: Io credo che questo sia un film che non parla solo di eutanasia, nonostante sia chiaramente un elemento fondante. Non avevamo alcuna intenzione di costruire un film a tesi che sostenesse “l’eutanasia è giusta”. La nostra idea era quella di far capire quanto una scelta di questo tipo sia parte della natura umana e quindi presenti anche delle difficoltà. È vero che i due rimangono sulle loro idee. Il prete si colpevolizza, ma nonostante ciò, nella sua confessione, riconosce il dolore della madre, dicendo “lei soffriva, non ce la faceva più, l’ho vista contorcersi nel dolore”. La pastora invece rappresenta più il genere di persona che non ha delle strutture morali così rigide, il che la lascia libera di capire. All’inizio proprio lei chiede “non avrai mica ucciso tu tua madre?”, ma poi capisce il motivo per cui effettivamente l’ha fatto ed è un discorso assolutorio per lui, forse anche in generale.
E qui si torna al punto fondamentale di quella che è anche la battaglia per l’eutanasia, ovvero che non si tratta di una battaglia pro-eutanasia, ma di una battaglia per la possibilità di scelta. Quando ci si occupa di questioni del genere a livello politico, a esempio nella militanza che porto avanti con Marco Cappato, la situazione si presenta in un certo modo. Quando invece la si cala nel privato, chiaramente ci si pone delle domande, e si tratta di domande che chiunque sia passato da una situazione simile si porrebbe, anche senza arrivare a doverlo fare, ma avendo visto una persona amata soffrire tanto. L’idea era quella di instillare un dubbio. Proprio per questo il personaggio del prete è stata una scelta intelligente: ci ha permesso di lavorare con un individuo che era in qualche modo giustificato ad avere una sua struttura morale e ideologica particolarmente marcata, contraria all’azione che lui stesso ha compiuto. Il prete e la pastora rimangono sì su posizioni diverse, ma alla fine lei lo aiuta e lui si fa aiutare, quindi c’è un avvicinamento.
Partendo proprio da questo desiderio di non rendere il film didascalico e di non portare avanti una tesi, in che modo pensate che questo film possa offrire un contributo al dibattito sull’eutanasia, in rapporto con il pensiero religioso? Si tratta di una forma di militanza, di un’opera di denuncia, di un tentativo di porre una riflessione sul rapporto tra l’eutanasia e il pensiero religioso, o tutte e tre?
Mario Garofalo: Lo è, però non è neanche un saggio. Il film vuole comunque essere un’opera d’arte, poi c’è da vedere se ci riesce. In generale il film esplora le dimensioni dell’essere umano, in qualche modo le esprime quando mette in scena, e questo, come se fosse un quadro che lo spettatore osserva con il suo occhio e orecchio, può essere messo in discussione. È dopo una prima reazione emotiva che può scaturire una riflessione di carattere più intellettuale. Però quando una persona guarda un film si tratta principalmente di un’esperienza emozionale, che può dare noia (nell’emozione noi concepiamo tutto il possibile), oppure può aprire a delle possibilità o soluzioni, può distendere l’animo e non soltanto metterlo in discussione. Io, da realizzatore, la vedo più in questi termini. Il film diventa uno spunto per una discussione, per un confronto come c’è stato questa sera: quando una persona approfondisce, si rende conto del tema sociale che c’è alle spalle del film. Però questo avviene attraverso una storia, attraverso le persone.

A tal proposito penso che sia proprio interessante il fatto che abbiate cambiato la prospettiva del film, il cui focus non è la scelta della madre di concludere la propria vita, ma il dramma interiore del figlio, che è diviso tra l’amore per la madre e l’amore per il suo Dio. Anche questo era voluto?
Lorenzo Ceva Valla: Sicuramente, perché porre al centro la motivazione della madre, che in questo tipo di situazioni è comunque il punto cardine da toccare, in qualche modo distoglie un po’ l’attenzione da quella che è la situazione reale quando avvengono queste cose. Molti avranno sperimentato una cosa più piccola, come doversi occupare dell’eutanasia di un animale domestico, e sembra una bestemmia [paragonare i due casi], ma è una situazione che porta a interrogarsi e genera dei sensi di colpa. Per me è giusto parlarne, perché è vero che arrivati alla fine la persona decide e si autodetermina, ma possono anche esserci persone a lei vicine che non supportano la scelta. Non condividerne la decisione richiede comunque la necessità di imparare ad accettarne la volontà. La battaglia è infatti una battaglia di libertà, per la scelta della persona. Bisogna rispettare la volontà della persona che dice “io non voglio più vivere questa condizione di sofferenza”.
Un’ultima domanda sulla figura, o meglio non-figura, dell’elicottero. La sua presenza costante ma fuori campo rappresenta in qualche modo la legge dello Stato. Si tratta di un elemento di denuncia o è un monito per il prete del fatto che lui stia violando sia la legge dello Stato sia la legge divina?
Mario Garofalo: Il prete vive un travaglio psicologico-emozionale e affettivo, per la perdita della madre, che lo trasfigura. Poi c’è il suo travaglio etico di carattere religioso, cristiano cattolico. Infine si innesca e si incrocia con gli altri un altro tipo di travaglio, che rimanda alla questione della legge dello Stato. Il finale è aperto, ma si capisce che lui si consegnerà allo Stato, mentre la pastora scappa. Lei è più filibustiera, aiuta dal punto di vista umano ma anche per un rendiconto economico, e poi fugge, mentre lui dovrà affrontare vari tipi di processo.
Lorenzo Ceva Valla: Sicuramente, sempre secondo questa interpretazione, è chiaro che, se la polizia fosse arrivata, sarebbe stato un problema anche per il fatto che loro hanno sparato al poliziotto che li aveva incontrati nel bosco: c’è anche questa responsabilità. È l’idea della disobbedienza civile: tu lo fai, ma poi accetti le conseguenze. Prima in sala avevamo il maestro della disobbedienza civile: Marco Cappato. La pastora alla fine scappa perché lei ha altre responsabilità, diverse dal prete: è lei che ha sparato al poliziotto.
Mario Garofalo: Lei è un personaggio borderline, mentre lui è un borderline interno a un sistema religioso e statale. Si consegnerà e chissà cosa succederà. C’è un finale aperto, però almeno ha seppellito sua madre. Lui l’ha fatto per la madre, perché lei glielo ha chiesto. Ha portato a termine questa follia, che è anche una follia rituale volta a espiare la colpa, ma sempre vivendo il lutto.
Lorenzo Ceva Valla: Però alla fine lui dice “e perdona anche me”, quindi comunque resta un peccatore.
Il film sarà proiettato ancora giovedì 8 e sabato 10 maggio, sempre alla Cineteca Arlecchino, con l’intervento dei registi, e noi non possiamo che consigliarvi di andare a vederlo.


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