Articolo di Viola Niccoli

Se seguite questa pagina sicuramente vi interessa la programmazione delle sale cinematografiche di Milano e dintorni. Ma per quanto io sia una fautrice del cinema visto al cinema, talvolta vale la pena di recarsi anche in altri luoghi. È il caso del PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) in cui fino all’8 giugno è allestita una bellissima e interessantissima mostra curata da Diego Sileo e Beatrice Benedetti: Shirin Neshat – BODY OF EVIDENCE.
L’artista iraniana è nota al grande pubblico per la sua serie di immagini fotografiche Women of Allah (1993-1997), ma è anche e soprattutto una talentuosa regista: Donne senza uomini, il suo primo lungometraggio (diretto con la collaborazione di Shoja Azari, e ora disponibile su Amazon Prime Video) ha vinto il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia 2009.
Il cuore della mostra sono proprio le installazioni video, con cui l’artista porta «immagini e narrazioni altamente poetiche e ricche di contenuti politici, in grado di mettere in discussione questioni legate a potere, religione, razza, genere e rapporto tra passato e presente, tra Oriente e Occidente, tra singolo e collettività attraverso la lente delle sue esperienze personali di donna iraniana in esilio».

I tre cortometraggi che aprono la mostra – Fervor (2000), Turbulent (1998) e Rapture (1999) – compongono assieme una trilogia particolarmente impattante: nel primo, un uomo e una donna si vedono fugacemente per strada, per poi incontrarsi nuovamente durante una funzione pubblica, ma separati da un lungo telo nero. Nel secondo un cantante si esibisce (a favore di macchina da presa e non di pubblico, scelta visiva molto interessante) in un teatro pieno di uomini che lo applaudono, mentre una donna, di spalle, inizia a cantare, rivelando pian piano il volto assieme alla sua potentissima voce (una performance mozzafiato improvvisata dalla cantante Sussan Deyhim).
Nel terzo non c’è più un particolare personaggio maschile associato o contrapposto a uno femminile: il racconto si fa corale e uomini e donne sono rappresentati in due grandi gruppi, sempre opposti l’un l’altro.
La divisione tra i due sessi è netta e rappresentata visivamente in modo didascalico (gli uomini vestono di bianco, le donne di nero) ma non per questo banale o non efficace. Il lampo di genio è che le storie sono tre, ma gli schermi sei: perché uomini e donne sono sempre separati, non condividono neanche il campo della ripresa. I due gruppi però, seppur non vedendosi mai, sembrano avvertire la rispettiva presenza, in un’aura di mistero e sogno che avvolge tutti i lavori di Neshat.
Una mostra da non perdere, una regista da recuperare.


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