la cocina, rooney mara

ARAGOSTE A MANHATTAN: lavorare lavorare lavorare

Articolo di Viola Niccoli

la cocina, rooney mara

Aragoste a Manhattan di Alonso Ruizpalacios esce giovedì 5 giugno nelle sale cinematografiche, e mi auguro che ci sosti per un bel po. Il titolo italiano fa pensare a una commedia romantica alla Woody Allen, scandita da brillanti scambi di battute e strambe interazioni tra i personaggi. Beh, questi elementi sono presenti, ma convivono con scene tensive e drammatiche. La cocina (il suo titolo originale) gioca con diversi registri: toni seriosi si alternano ad altri più leggeri, sempre intrisi da una vena surrealista, che a tratti si esaspera fino a raggiungere il grottesco.

Lo spettatore è portato dentro al frenetico mondo di The Grill, un ristorante di Times Square in cui allalto numero dei coperti in sala corrisponde una vasta gamma di cibi disponibili (dallaragosta alla pizza, dallhamburger ai tortellini) e un fitto personale. Un micromondo in cui si è introdotti attraverso gli occhi di Estela (Anna Díaz), una ragazza messicana ancora minorenne alla ricerca di un posto di lavoro. La strada per arrivarci è un labirinto che sembra annunciare “tu da qua non saprai più trovare la strada per uscire”: Estela si districa tra il caos della metro e del montaggio, attraverso una serie di corridoi e di stacchi in cui si perde lorientamento. Perché se uscire è impossibile, anche entrarci non è facile, serve una parola dordine: «Conosci Pedro Ruiz?»

 

«Uno sporco messicano»

Pedro (Raúl Briones Carmona) è il personaggio principale di questo racconto corale, un messicano a primo impatto vivace ma che ben presto, mentre cerca di gestire il lavoro e la sua storia damore con la cameriera americana Julie (Rooney Mara), rivela tutti i lati peggiori del suo carattere.

Il personale di The Grill è un meltingpot esattamente come il menù che propone (motivo per cui è categorico vedere il film in lingua originale, così da apprezzare a pieno la babele linguistica che si rivela a suon di urla durante la preparazione e il servizio). Questa mescolanza porta alla ribalta una serie di temi dal carattere politico-sociale: razzismo (perpetuato dai messicani stessi), che diventa ancora più evidente quando unito al sessismo (le giovani ragazze bianche sono portate su palmo di mano, mentre quelle messicane – soprattutto se di età più avanzata – non sono né viste né sentite), e classismo.

Una delle frasi più ripetute da Pedro è che «l’America non è una nazione». È un continente, verrebbe da aggiungere, e quella americana non è una nazionalità. Al The Grill la maggior parte del personale è costituito da immigrati irregolari, che da anni negli USA ci lavorano (perché solo questo possono fare, il tempo dedicato al lavoro è totalizzante e non ne resta più per fare altro), ma senza nessuna reale speranza di ottenere i documenti per diventare cittadini in regola.

Riprendendo e modificando appena le parole della protagonista del libro Small Changes di Marge Piercy, i cuochi che lavorano lì dentro sono come «animali in trappola che cucinano animali morti».

«Qual è il tuo sogno?», domanda Pedro ad alcuni suoi colleghi durante una pausa tra un servizio e un altro. Anche se non lo dichiarano, il sogno di tutti era, in fondo, il sogno americano, mai realizzatosi. Ma d’altronde, come dice il grande capo Rashid: «Li pago e mangiano, cosaltro cè?».

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La toilette di La Haine

Nel film ci sono dei racconti o delle domande che interrompono bruscamente la narrazione. È leffetto che io chiamo “la toilette di La Haine”. Cè una scena nel film La Haine in cui i protagonisti sono in una toilette pubblica, e a un certo punto da uno dei bagni esce uno strambo signore, mai visto prima, che attacca bottone e racconta una storia: «Avevo un amico che si chiamava Grumvalski, siamo stati deportati insieme in Siberia […] il treno si ferma e tutti noi ne approfittiamo per andare a cacare dietro al vagone; ma io gli avevo talmente rotto le scatole al povero Grumvalski che lui decide di andarsene un po’ lontano, insomma il treno riparte, tutti saltano su al volo perché il treno non aspetta, il problema è che Grumvalski che se n’era andato via dietro a un cespuglio, stava ancora cacando, allora lo vedo correre fuori da dietro il cespuglio, reggendosi con le mani i pantaloni per non farli cadere e tentando di raggiungere il treno. Io gli tendo la mano, ma come lui mi tende le sue deve mollare i pantaloni che gli cadono alle caviglie, ritira su i pantaloni e si rimette a correre e i pantaloni gli cascano tutte le volte che Grumvalski prova a tendermi le mani… Grumvalski è morto di freddo… Arrivederci».

E così il signore, come dal nulla è apparso, nel nulla scompare.

È un momento che catalizza lattenzione, perché sembra che da un racconto di questo tipo si debba trarre una qualche lezione, che debba svelare una profonda verità. E invece se ne resta confusi. Come ha scritto Michela Murgia, «non tutte le cose si ascoltano per capirle subito»: e quindi quel racconto resta in testa, con la speranza, un giorno, di potergli dare un significato.

Ecco, La Cocina ha almeno quattro momenti alla “toilette di La Haine”. Ma come dice uno dei personaggi che espone uno dei racconti: «Non lo so neanche io cosa ho detto». Che poi, forse, è una frase che ben si addice anche ad Aragoste a Manhattan. Perché ci sono veramente tante cose dentro a questo film, troppe per uno spazio piccolo come una cucina o uno schermo cinematografico. Non è un film leggero come il titolo prospetta, è pesante tanto quanto la giornata lavorativa dei protagonisti. Se ne esce esausti e confusi. Ma vale la pena vederlo, perché è quella stanchezza del corpo che ti fa dormire bene la notte, e perché «non tutte le cose si guardano per capirle subito».

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