Articolo di Davide Rostellato

Gilles Lellouche torna sullo schermo con L’amore che non muore, tratto dal romanzo di Neville Thompson Jackie Loves Johnser OK? , un film che attraversa i generi per non sposarne nessuno, ma entrare in una relazione poliamorosa con tutti, quasi a contrastare la linea portante del film: l’amore tra Jackie (Adèle Exarchopoulos/Mallory Wanecque) e Clotaire (François Civil/Malik Frikah). Ma anche questo è un punto distintivo del film, fatto di contradizioni e continui rimandi interni.
Gilles Lellouche racconta la storia d’amore nel tempo di Jackie e Clotaire: i due si conoscono a scuola da ragazzi, saranno le prime volte l’uno dell’altra, cresceranno insieme nel loro amore, fino al tragico momento in cui Clotaire finisce dietro le sbarre. Sì, perché questa non è certo una romcom, anche se forse è quello che più vi si avvicina oggi (c’è però da aspettare il nuovo film di Celine Song Materialists, che sembra voglia riportare in auge il genere anni ’90 – 2000). L’amore che non muore gioca tra i generi, inizialmente ci illude di trovarci davanti a un film d’azione e violenza, per poi catapultarci in uno sprazzo di gioia nell’idillio dell’adolescenza di un coming of age e, infine, nel drammatico dolore e difficoltà dell’età adulta.

A racchiudere il turbine di emozioni si trovano A forest dei Cure e l’eclissi. Questi due elementi si intersecano tra loro, mostrando visivamente e sonoramente il chiaroscuro e l’innamoramento dei due ragazzi: un occhio di bue che li segue mentre ballano sulle note dei Cure, lasciandosi dietro ogni pregiudizio, ogni timore, per cadere a picco nelle braccia l’uno dell’altra; un occhio di bue che inverte i colori dell’eclissi, illuminando loro e oscurando tutto ciò che gli sta intorno, tutte le aspettative, tutte le vite già scritte.
Eppure, non è facile uscire dagli schemi, soprattutto per Clotaire: travolto dall’aver lasciato la scuola, dal sentirsi un buono a nulla, dall’essere etichettato come un delinquente, finisce per diventarlo davvero. Qui entra in gioco il mondo di violenza, denaro e criminalità della gang capitanata da Le Brosse (Benoît Poelvoorde), che offre un posto nel mondo a Clotaire, offre una seconda famiglia, ma questo lo allontanerà sempre di più dalle braccia di Jackie.
Lellouche porta sullo schermo due ragazzi che appaiono dei cliché, chiusi in rigide categorie: Clotaire è il bad boy, delinquente dal cuore d’oro; Jackie è la ragazza espulsa che proviene da una scuola privata e si affaccia per la prima volta a quella pubblica, avvolta nella facciata del pudore. Ma nessuno dei due si ferma a ciò: “due pesi, due misure” dice la Jackie adulta. I nostri preconcetti di come cresceranno vengono stravolti, in realtà già dalle prime inquadrature. Jackie e Clotaire sono due facce della stessa medaglia, con due background diversi, lei borghese lui proletario, ma così compatibili nonostante non abbiano nulla in comune che l’amore che provano l’uno per l’altro oltrepasserà ogni rigidità, ogni limite, ogni confine, per non morire mai.

Il background è l’altro tema che racchiude L’amore che non muore. Il film inizia con un’inquadratura dal basso di Clotaire adulto che si trascina dietro la sua gang, in una costruzione visiva che rimanda al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, introducendo il tema di classe. Questo rimane fortemente marginale tranne nei momenti in cui entra nella narrazione per farsi motivo di unione tra Clotaire e Jackie, in una linea che segue però solo il proletariato. I due riusciranno a coronare la loro storia d’amore unicamente quando entrambi cadranno in questa classe, quando Jackie abbandonerà completamente il suo mondo borghese per Clotaire. Sarà la violenza a farsi punto d’incontro tra i due, ormai diventati una cosa sola.
L’amore vince su tutto, infine è a questo che sono servite due ore e mezza di film, per ribadire ancora una volta uno dei cliché più antichi della storia umana.


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