Articolo di Davide Rostellato

In occasione del Milano Film Fest, abbiamo avuto il piacere di assistere al panel “Che cos’è il cinema?” coordinato da Andrea Chimento, che ha voluto indagare il cinema attraverso le visioni di diversi critici, tra cui Pier Maria Bocchi.
La prima visione di Bocchi era che il cinema fosse qualcosa di collettivo, così come lo era per la generazione dei cineasti degli anni ’70, come Martin Scorsese. Il cinema era politico, parlarne, discuterne poteva cambiare il mondo. Ora l’idea di Bocchi è cambiata: vede il cinema come una questione privata, soggettiva. È qualcosa che parla direttamente al singolo, lo cambia, lo trasforma e lo fa crescere. Il cinema fa diventare persona e individuo capace di ragionare e capire il mondo.
“Il cinema è un evento solo mio“
Il Rocky Horror Picture Show (1975, Jim Sharman) è stato il primo film che l’ha indirizzato verso il resto della sua vita, l’ha segnato in termini personali, privati e sessuali. Lo vide da bambino in televisione e rimase con la voglia di essere come Frank-N-Furter. Si era mosso un interruttore che gli avrebbe cambiato la vita.
Pier Maria Bocchi è anche un grande appassionato del cinema di Michael Mann, ha un rapporto privato con il suo cinema e il suo modo di pensare. Un rapporto speciale, che l’ha portato anche a litigare molto con Mann. “Non è una persona facile” dice Bocchi commentando il lavoro svolto per la scrittura di Michael Mann. Creatore di immagini, la cui difficoltà maggiore è stata quella di spingere Mann a dirgli quello che avrebbe poi scritto. Mann porta sullo schermo un cinema pieno di cuore e sembra che dietro ci debba essere qualcuno generoso di sentimenti, ma in realtà è l’esatto contrario, “è un businessman hollywoodiano“. Bocchi non vuole conoscere né intervistare i registi, non vuole ascoltare cose che non vuole sentirsi dire né scoprire che non ha ragione nel suo commento al film. Preferisce non incontrarli, con Mann è invece successo per questioni editoriali.
Quando vide Heat – La sfida (1996, Mann) uscì dal cinema tremando alla vista di un film che presenta un universo così auto-concluso e vivo. Michael Mann era diventato il regista sul quale voleva lavorare, una scelta arrivata proprio nel momento in cui stava iniziando il mestiere di critico. Litigò con molti critici che considerava anche suoi maestri per far capire che Heat era già un classico e avrebbe segnato la storia del cinema. Il tempo gli ha dato ragione.
Un altro tipo di cinema caro a Bocchi è quello dell’estremo oriente, in particolare quello di Hong Kong. Bocchi ha cominciato il mestiere del critico quando in Occidente si stava scoprendo il cinema hongkonghese. In Italia non erano in tanti a insistere che a metà anni ’90 ci fosse qualcosa di nuovo che meritava il loro sudore e soldi, è stato inebriante quando iniziarono a uscire i film di Wong Kar-wai. Hong Kong era travolgente perché sembrava non venire da niente. Quando l’isola è passata alla Cina c’era il terrore di non poter più vivere l’ebbrezza cinematografica che si era avuta sotto il dominio britannico. Nel 1997 finiva tutto, finiva la libertà irresponsabile del fare cinema.
Poi entrò in gioco la Corea del Sud, con autori come Park Chan-wook. Da dove veniva tutto questo? Tutte le grandi novità arrivavano dall’Oriente in un periodo misure per il cinema Occidentale. Sembrava la sacca di resistenza per i cinefili e i critici, la speranza che ci fosse ancora qualcosa di nuovo da vedere e studiare, che mostrasse ancora il piacere della scoperta.
Altro film scelto da Bocchi è una commedia: Hollywood Party (1968, Blake Edwards). La scelta deriva dal personaggio interpretato da Peter Sellers, per quello che rappresenta nel contesto hollywoodiano di uomini gessati, un equivalente di Frank-N-Furter, una spina nel fianco dell’ordine che diffonde il verbo della libertà e provoca un effetto domino di caos. Hollywood Party è stata una mazzata per gli studios di Los Angeles. La cosa bella dei film comici è che “provocano terremoti nelle persone, nel sistema, nell’ordine delle cose“.
Infine, l’horror è il genere che più di tutti ha cambiato Bocchi, gli ha fatto capire di era e l’ha legato a sé come l’altro tassello di una coppia. L’horror è prepotente, ma è anche una casa. Nella quantità di film horror realizzati c’è molto che rallegra Bocchi e lo conforta nel pensiero che l’horror sia un genere eterno, che rinasce sempre dalle sue ceneri. È un genere che sa sempre dove sta, sa intercettare le istanze della contemporaneità. Parla di Suspiria (1977, Dario Argento) come di uno dei tre film horror che è stato una vera e propria ossessione per lui, riteneva Argento il miglior regista del mondo. Insieme a Inferno e Tenebre, Suspiria compone il trittico dei suoi film del cuore, per via della libertà irresponsabile di approccio al cinema che è inebriante.
Ma qual è il futuro del cinema? Bocchi sostiene sia presto per capirlo, ma suggerisce a critici, cinefili e spettatori di provare meno terrore nei confronti dell’Intelligenza Artificiale, intorno a cui si leggono molte banalità. Ritiene che il matrimonio tra cinema e IA ci riserverà molte sorprese, Here di Robert Zemeckies ne è un esempio.


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