Articolo di Chiara Cannone

Con Trois amies, Emmanuel Mouret prosegue il suo percorso nel cinema sentimentale, mettendo in scena un nuovo gioco delle parti intorno ai temi dell’amore, dell’amicizia e del caso. Mouret si concentra sul modo in cui le relazioni affettive si intrecciano con i codici della narrazione romantica, come se i suoi personaggi filtrassero la propria vita attraverso la lente di un film, un libro o un racconto ascoltato per caso.
Il film racconta le vicende di tre donne, amiche, unite più dal bisogno di confidarsi che da un reale legame affettivo profondo. Ognuna di loro rappresenta un diverso approccio al sentimento amoroso: chi cerca stabilità, chi rincorre l’avventura, chi si muove in una zona grigia fatta di dubbi, infedeltà e ritorni di fiamma. Su queste dinamiche si innesta una narrazione fatta di incontri fortuiti, triangoli amorosi e crisi sentimentali. Il tutto viene orchestrato da una voce narrante onnisciente (Vincent Macaigne) che commenta e guida le vicende, un espediente che rimanda tanto alla commedia classica quanto a certi giochi di specchi tipici del cinema francese contemporaneo.
La costruzione narrativa ha un che di artificiale, e questa è sia la forza che il limite del film. Mouret lavora apertamente su un terreno che non pretende realismo, ma piuttosto eleganza formale e leggerezza esistenziale. Tuttavia, questa scelta di stile rischia spesso di diventare un ostacolo: i dialoghi sembrano scritti per compiacere più il regista che i personaggi, le frasi pronunciate con eccessiva precisione e teatralità, i movimenti coreografati come in una pièce da salotto. C’è una sensazione diffusa che tutto sia costruito, un piccolo mondo chiuso su se stesso dove professori d’arte e intellettuali in crisi sentimentale parlano di amore come se fossero sempre su un palcoscenico.
Non mancano sequenze capaci di toccare corde più autentiche, soprattutto grazie alla sensibilità degli interpreti. Vincent Macaigne, con il suo misto di goffaggine e dolcezza, riesce a umanizzare le situazioni più surreali, mentre India Hair porta sullo schermo un’intensità malinconica che offre al film alcuni dei suoi momenti migliori. Mouret, dal canto suo, conferma la sua abilità nel gestire la complessità narrativa: anche quando le sottotrame si moltiplicano e i legami tra i personaggi si fanno intricati, il racconto rimane chiaro e accessibile.
Ma proprio in questa costruzione minuziosa si insinua un’altra critica frequente: quella di un certo sguardo maschile datato, incapace di dare reale autonomia alle figure femminili. Le tre protagoniste, pur differenziate nei tratti, sembrano più frutto dei desideri contraddittori di uno sguardo maschile che vere e proprie persone. Oscillano continuamente tra la figura della madre premurosa, dell’amante trasgressiva e della complice discreta, senza mai uscire davvero da uno schema precostituito. Il film non supera nemmeno il Bechdel test: le loro conversazioni ruotano quasi esclusivamente intorno agli uomini, rafforzando l’idea di un cinema che fatica a immaginare una dimensione femminile slegata dallo sguardo maschile.
Trois amies rimane quindi un film elegante ma fragile, colto ma spesso compiaciuto, attraversato da momenti di verità ma anche da fastidiose pose intellettuali. Una commedia romantica dolceamara, che riesce a emozionare a tratti, ma che lascia anche la sensazione di un’occasione in parte sprecata.


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