Articolo di Rebecca Misisca

Dopo Hunger (2008) e Shame (2011), Steve McQueen torna ad interessarsi di una tematica sociale: la schiavitù. Era da diverso tempo incline a scrivere una sceneggiatura su un uomo afroamericano privato della libertà, finché la moglie non gli ha parlato dell’incredibile storia vera di Solomon Northup. McQueen decide subito di farne un adattamento. Non solo, nel cast oltre a Chiwetel Ejiofor nel ruolo del protagonista, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt e Lupita Nyong’o, il regista rinnova la sua terza collaborazione con Michael Fassbender. Oltre a una piccola parte, Brad Pitt è anche produttore del film.
12 ANNI SCHIAVO: PLURIPREMIATO AGLI OSCAR
Il film è tratto dall’omonima biografia di Solomon Northup, 12 anni schiavo (Twelve Years a Slave). La prima edizione risale al 1853, anno in cui fu liberato dalla sua prigionia. Tra le differenze rispetto al libro, c’è da ricordare come nella biografia venga riportato che, il giorno del rapimento di Solomon, si sono tenuti i funerali del Presidente degli Stati Uniti Harrison. Inoltre, nel film il protagonista ha due figli, ma nella realtà insieme ad Alonzo e Margaret, c’era anche Elizabeth.
12 anni schiavo esce nelle sale statunitensi il 18 ottobre del 2013, mentre in Italia nel febbraio 2014. Nello stesso anno, si aggiudica ben 3 statuette alla 86° edizione degli Academy Awards (su nove candidature): miglior film, migliore sceneggiatura non originale e migliore attrice non protagonista per Lupita Nyong’o.
12 ANNI SCHIAVO: QUANDO IL PASSATO FA ECO SUL PRESENTE
Quanto la tua vita può cambiare da un giorno all’altro? Nel caso di Solomon Northup, in una maniera davvero considerevole. 12 anni schiavo non è solo un film che raffigura una triste realtà che con il governo Lincoln è stata repressa, ma è un’opera che ci interroga più che mai su noi stessi, sull’oggi. Solomon Northup passa al servizio di diversi padroni, da William Ford (Benedict Cumberbatch) fino ad arrivare alla proprietà di Edwin Epps (Michael Fassbender). Apatico e sadico rispetto alla sottile empatia di Ford, Epps condivide un aspetto con quest’ultimo, seppur i due sembrano contrapposti per modi: la fede. Ebbene, le Sacre Scritture, anche se in secondo piano e apparentemente marginali, sono cruciali per delineare i caratteri dei personaggi.
Ford teneva periodicamente una sorta di messa, alla quale tutti gli schiavi presiedevano e la prima scena che introduce al personaggio di Epps, si apre proprio con una Bibbia in sua mano. Che non legga ciò che c’è scritto all’interno ma una serie di regole che gli schiavi devono rispettare, pena la fustigazione, è secondario, perché più volte verrà messa in gioco la religione nel corso del film. Questo per dire cosa? “Io ho portato loro la parola di Dio e loro mi hanno portato lo sdegno di Dio” dice Epps mentre guarda i suoi asserviti lavorare, come se in qualche modo Northup e gli altri rappresentassero un flagello da eliminare, come se con la parola di Dio, in qualche modo Epps avesse fatto il suo dovere salvandoli (e salvandosi) da un destino funesto, rimettendoli in questo modo al mondo ma da persone degne, seppur inferiori per intelletto e condizione a lui.
Cuore pulsante della pellicola è il concetto stesso di essere umano, qui privato non solo della libertà e dell’identità, ma della sua condizione stessa di esistere. Il tutto è accompagnato da una colonna sonora a dir poco delicata ma tagliente, in grado di carpire la tragica essenza di quella vita a cui si era costretti solo per il colore della pelle. Insieme, uno splendido gioco di chiaroscuro, perché uno dei tanti pregi del film è proprio l’alternare l’ombra e la luce, quasi facendoci timidamente e silenziosamente entrare in quel mondo dove tutto era concesso, ma nulla era fatto per impedirlo.
“Le leggi cambiano, le verità universali restano. E la pura e semplice verità è che ciò che è vero e giusto, è vero e giusto per tutti. Sia per i bianchi che per i neri”, questo dice l’abolizionista canadese Samuel Bass (Brad Pitt) a Epps verso la fine del film, quasi a volerci infondere una speranza per l’avvenire perché, se anche le nostre azioni possono avere risonanza nel presente e nel futuro, ciò che è certo è che sono mutevoli, cosa che le verità, i principi, non sono e non saranno mai.
E chissà se oggi più che mai, visto l’andamento del contemporaneo, non ci serva questa speranza, questo augurio a un futuro non più dominato dalle differenze fra colore della pelle, sesso o identità, ma dalla legge universale della fratellanza, dell’equità e del rispetto reciproco. E chissà se non avessimo bisogno di più opere magistrali come quella di Steve McQueen.


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