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Il Bechdel Test e il racconto delle donne nel cinema

Articolo di Chiara Cannone

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Quanto spazio hanno davvero le donne nel cinema? È una domanda che ci si pone sempre più spesso, in un contesto culturale in cui i temi legati alla parità di genere e alla rappresentazione stanno diventando sempre più centrali. Eppure, per quanto si parli di “donne forti” o di “quote rosa” anche nell’industria dell’intrattenimento, basta fermarsi un attimo e provare ad applicare un piccolo test per rendersi conto di quanto lavoro ci sia ancora da fare. Si chiama Bechdel Test, ed è uno strumento tanto semplice quanto efficace per smascherare un problema profondo nella scrittura e nella messa in scena dei personaggi femminili.

Il Bechdel Test nasce nel 1985 grazie a una vignetta della fumettista statunitense Alison Bechdel, all’interno della serie Dykes to Watch Out For. La scena è semplice: due donne parlano del fatto che, per decidere se andare a vedere un film, seguono tre regole. Il film deve contenere almeno due personaggi femminili con un nome, questi due personaggi devono parlare tra loro, e la conversazione deve riguardare qualcosa che non sia un uomo. Semplice, vero? Peccato che, ancora oggi, moltissimi film non superino questo test. Non solo film datati o marginali, ma anche produzioni recenti, grandi blockbuster e perfino film d’autore.

Per capire meglio l’importanza del Bechdel Test basta chiedersi: perché così tante sceneggiature faticano ancora a immaginare le donne come protagoniste di una narrazione che non sia legata a un uomo? Mogli, madri, fidanzate, muse, amiche innamorate: il ruolo delle donne in molte storie continua a essere funzionale al percorso del protagonista maschile. Il Bechdel Test serve proprio a far emergere questa dinamica e a mettere in discussione una rappresentazione pigra, stereotipata, a volte inconsapevolmente sessista. Il test, tuttavia, non ha la pretesa di dire se un film è buono o cattivo, non è un marchio di qualità, né un indicatore di femminismo. Esistono film pieni di cliché che lo superano senza fatica e capolavori che, per questioni di trama o struttura, non lo rispettano. Ma resta un utile campanello d’allarme. È un invito a fare attenzione, a chiederci perché in una storia le donne non abbiano altro da dirsi se non parlare di uomini.

Molti film contemporanei, per fortuna, stanno cercando di andare oltre. Pensiamo a Lady Bird di Greta Gerwig o a Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma, che non si limitano a superare il Bechdel Test, ma costruiscono universi narrativi in cui le donne parlano tra loro di ambizioni, arte, futuro, scelte, senza che tutto ruoti intorno alla dimensione amorosa. Ma anche all’interno del cinema mainstream si iniziano a vedere segnali importanti. Barbie, sempre di Greta Gerwig, ha portato in sala un racconto dichiaratamente femminista, con un’intera narrazione basata sulla riscoperta dell’identità da parte della protagonista, e una serie di dialoghi ironici, dolorosi, incisivi, tra donne che parlano di sé, dei propri ruoli nella società, delle proprie contraddizioni.

E in Italia? Anche qui il discorso si sta aprendo, seppure lentamente. Un esempio è Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, dove il racconto è centrato sull’amicizia maschile, ma il personaggio di Lara (Elena Lietti) emerge con voce propria, parlando di maternità, lavoro e scelte personali. Ancora più interessante è La chimera di Alice Rohrwacher, che racconta l’Italia degli anni Ottanta attraverso una storia di ladri di tombe, con una protagonista femminile come Flora (Isabella Rossellini) che non solo parla di sé e del proprio passato, ma lo fa con uno sguardo ironico e dolente, affermando la propria autonomia narrativa. E che dire di Corpo celeste o Lazzaro felice, sempre di Rohrwacher, dove i personaggi femminili si muovono in mondi difficili, parlando di fede, famiglia, denaro, potere, molto lontano dalle classiche storie d’amore? Anche film più commerciali come Come un gatto in tangenziale con Paola Cortellesi e Sonia Bergamasco offrono dialoghi tra donne che parlano di figli, lavoro, differenze sociali, mostrando che si può raccontare una commedia divertente senza necessariamente confinare i personaggi femminili al ruolo di spalla sentimentale.

Oggi il Bechdel Test è solo uno dei tanti strumenti per analizzare il cinema, accanto al DuVernay Test (per valutare la diversità razziale nei film e in altri media) o al Vito Russo Test (per i personaggi LGBTQ+), ma resta quello più immediato e popolare. Forse proprio perché si applica facilmente a qualsiasi film e mette lo spettatore nella posizione di porsi una domanda: queste donne stanno parlando tra loro davvero come persone, oppure sono delle comparse nella storia di qualcun altro? Il cinema è uno specchio della società, e ogni storia che scegliamo di raccontare contribuisce a disegnare il mondo che immaginiamo. Per questo, il Bechdel Test non è solo un gioco, ma un invito a pretendere storie migliori, più autentiche, perché se il cinema deve raccontare la vita, non può permettersi di lasciare in silenzio metà dell’umanità.

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