Articolo di Davide Rostellato

20th Century Women (2016) riporta il regista americano Mike Mills dietro alla macchina da presa, creando un altro gradino nella scala personale della rappresentazione famigliare, un passo intermedio che si colloca tra Beginners (2010) e C’mon C’mon (2021): se il primo è una lettera aperta alla figura del padre e il secondo a quella dello zio, 20th Century Women è un dialogo con l’essenza della madre (Annette Bening) e delle donne che hanno contribuito alla crescita di Mills, nella realtà le sorelle, nella finzione Julie (Elle Fanning) e Abbie (Greta Gerwig). Mills mette in scena una storia di crescita, un coming of age se si vuole etichettarlo: Jamie (Lucas Jade Zumann) è un ragazzo entrato da poco nella fase adolescenziale della sua vita e la madre Dorothea si sente in difficoltà e in mancanza essendo una donna single e non riuscendo a vivere e comprendere il mondo esterno in cui è stato catapultato il figlio, chiede aiuto per crescerlo alle altre due donne più vicine a Jamie, Abbie e Julie.
“Don’t you need a man to raise a man?” è la domanda che pone il personaggio di Elle Fanning quando Dorothea presenta il suo piano: da questo dialogo emerge con forza la posizione di una donna cresciuta durante la Depressione, in un mondo dove tutti crescevano tutti, dove la famiglia che ti formava non era solo il nucleo rinchiuso all’interno di quattro mura, ma era il quartiere intero; emerge una consapevolezza di non riuscire a fare tutto da sola, la necessità di un aiuto, ma più di tutto si impone la possibilità di una crescita al di là del genere, nella quale è l’essere umano intero a essere cresciuto, non un maschile o un femminile. Creando una sorta di ambiguità estetica con la fisicità di Jamie e ponendo come protagonista un ragazzo tra donne, Mike Mills riesce a realizzare una figura al di là del genere, che allo stesso tempo trae una forza tutta femminile nella sua mascolinità. Non da leggere come prevalenza di un genere su altro, ma come apertura verso un’esperienza e un punto di vista più ampi.
Complice di ciò sono le letture femministe che Abbie presta al ragazzo: Our Bodies Our Selves di Judy Norsigian, la raccolta Sisterhood Is Powerful o ancora It Hurts to Be Alive and Obsolete: The Aging Woman di Zoe Moss, che hanno il loro momento di gloria, ognuna di loro ha il proprio spazio nella pellicola, il proprio momento in cui inserirsi nella narrazione e mostrare come la storia personale di Jamie, di Abbie, di Julie e di Dorothea possa anche fungere da strumento e personificazione della macrostoria. Una macrostoria che porta lo spettatore ad attraversare l’America degli anni della Depressione, dell’ondata e della nuova ondata femminista, della guerra del Vietnam, del discorso “Crisis of Confidence” del presidente Jimmy Carter o ancora della fine del punk come genere musicale, in una storia radicata comunque per lo più nel 1979, ma che affronta tutti questi eventi e passaggi a livello intergenerazionale.


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