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VOX LUX e il legame tra musica pop e violenza

Articolo di Chiara Fusar Bassini

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Il 26 giugno, in occasione della rassegna Brady Corbet fabbricante di storie dedicata allo sceneggiatore e regista statunitense, la Cineteca Arlecchino ha proiettato la sua seconda opera, Vox Lux, presentata nel settembre 2018 alla Mostra del Cinema di Venezia.

Trama e temi del film

La pellicola vede protagonista la giovane Celeste (Raffey Cassidy), sopravvissuta a una sparatoria di massa nella sua scuola, a New Brighton, seppur con una lesione permanente al collo. La tragica vicenda le apre le porte alla carriera musicale, rendendola portavoce del dolore delle vittime e delle loro famiglie grazie alla canzone Wrapped Up, composta insieme alla sorella Ellie. Diciassette anni dopo, Celeste, ormai adulta (Natalie Portman), è un’artista di grande fama in procinto di intraprendere il tour del suo nuovo album “Vox Lux”, ma numerose difficoltà personali le impediscono di vivere serenamente.

Se nella prima parte del film ci affezioniamo al personaggio, nella seconda ne siamo immediatamente allontanati. Lo stacco narrativo, oltre che cronologico, è quasi straniante e catapulta lo spettatore in una dimensione in cui egli si carica dell’aspettativa di vedere la popstar cantare. Paradossalmente però, quando giunge il momento del concerto finale, si finisce per desiderare che questo cessi quanto prima possibile, perché la performance appare profondamente dissonante rispetto allo stato psicologico ed emotivo che Celeste ha mostrato nella seconda parte del film. Il suo comportamento autodistruttivo l’ha stremata, svuotata di ogni forza, l’ha resa dipendente dalle droghe e dall’alcol, a causa del quale ha investito una persona, provocando uno scandalo mediatico che l’ha portata a ritirarsi dalle scene per un periodo, ma soprattutto l’ha sottomessa allo sguardo e alle aspettative altrui, dei fan, ma soprattutto dell’industria, che sin da giovane l’ha sfruttata fino all’osso per far profitto.

L’ascesa al successo di Celeste è rappresentata come la perdita dell’innocenza di sé e dell’intera nazione: questo è ciò che, al termine della proiezione, è emerso dalla conversazione con lo stesso Corbet, ospite in sala. Il dramma musicale mette in scena la parabola di vita di una popstar emergente, dalle ceneri di una tragedia alla fama mondiale, riflettendo così una “sintesi degli ultimi venticinque anni della storia americana”, per usare la stessa espressione del regista.

“Quando guardiamo alla storia americana dei primi anni 2000, noi ricorderemo sempre la strage della Columbine High School, Britney Spears e l’11 settembre.” – Brady Corbet

La musica come palliativo alla violenza della realtà

Corbet, che ha qui lavorato anche al testo, insieme alla moglie Mona Fastvold, si pone in continuità rispetto al suo lavoro precedente, The Childhood of a Leader (2015), testimoniando le contraddizioni di un’epoca attraverso gli occhi di un personaggio la cui storia personale ci fornisce un quadro dettagliato di un periodo storico complesso. Entrambi i film costituiscono un unico corpus con alla base la stessa idea: quella di un’identità storica e nazionale che modella e dà una nuova forma a ciò che passerà alla prossima generazione.

La realtà odierna è plasmata sullo stesso modello culturale del mondo di Vox Lux, il quale si propone infatti di spiegare il decadimento socio-culturale che caratterizza lo star system dei primi anni Duemila. Celeste usa la musica pop come palliativo contro l’orrore di ciò che ha subito, alzando il volume quando il dolore delle ferite si fa più intenso. Per questo motivo, quando un gruppo di terroristi con il volto coperto dalle stesse maschere glitterate usate nel video musicale della canzone Hologram compie un nuovo massacro di civili su una spiaggia, Celeste soffre dell’ennesimo attacco di rabbia e disperazione, incapace di comprendere l’ambiguità di un’epoca in cui la musica pop, che per lei ha rappresentato la salvezza (e la sua condanna), è associata e convive con il sangue e la violenza del terrorismo.

“That’s what I love about pop music. I don’t want people to have to think too hard. I just want them to feel good.” – Celeste da giovane

La carriera musicale tra sottomissione e liberazione

Corbet ha affermato che non gli interessava che Celeste fosse una brava artista o meno, ma era piuttosto intenzionato a fornire un’accurata rappresentazione di un’artista pop cresciuta sotto gli occhi del pubblico in un periodo come quello tra il 1999 e il 2017. Durante la visione non può non venire in mente la figura di Britney Spears, che nel 1999 aveva sfondato le classifiche con …Baby One More Time a soli 17 anni ed era presto stata trasformata in un simbolo di sensualità giovane travestita da adulta. Corbet stesso ha affermato di aver ingaggiato Fernando Garibay, un producer che in passato aveva lavorato con Britney Spears e altre icone femminili del pop, proprio per collaborare alla colonna sonora insieme a Scott Walker e a Sia.

Il discorso del regista ha infatti mosso una sottile critica all’industria musicale, affermando che in USA non si può più parlare di tardo capitalismo, ma di monopolio, per cui è più accurato definire questo settore come l’ennesima forma di sfruttamento di giovani artisti da parte delle corporation, che intendono reinserirli nella società come portatori di nuovi valori. Dal film emerge come la protagonista, da giovane ragazza, innocente e dolce, finisce per essere trattata per quasi vent’anni come un oggetto di scena, costretta in un vortice di abusi e dramma.

Se storicamente al pubblico piace molto assistere alla caduta in disgrazia di una persona di successo che ha visto crescere sempre di più fino all’apice della carriera, in questo caso il film si chiude con una sfumatura differente: Celeste non è ormai perduta, tenta una risalita, o meglio, cerca ancora una volta di mascherare la fragilità per offrire una performance eccezionale ai fan. Qui non è solo lei in quanto artista ad essere sottomessa alla pressione dell’industria, ma è l’arte stessa, non più salvifica come lo era stata Wrapped Up, ad essere trasformata dalla logica commerciale, fino a diventare una maschera glitterata sotto cui nascondere tutto per tentare una rinascita.

“I used to be treated like I was a hero. And then they start talking about me like I’m trailer trash. But that’s what the show is about. It’s about rebirth.” – Celeste da adulta

Il contenuto politico del cinema

A chi in sala ha chiesto quanto fosse consapevole del messaggio politico delle sue opere, Corbet ha risposto che è inevitabile fare un film politico, anche se non è quella l’intenzione fondante. Il suo obiettivo infatti non è fare i conti con la politica di ogni giorno, bensì cogliere le sfumature della storia attraverso nuclei narrativi più contenuti, che evidenzino in controluce le contraddizioni più sottili delle epoche rappresentate. Tuttavia, ha spiegato, è difficile realizzare questo genere di film: “nessuno mi chiede di farli, ma per me ne vale la pena, perché il film definisce il sistema” ed è intrinsecamente un atto politico muoversi contro il sistema.

Qualcuno ha definito Vox Lux un film cattivo, senza pietà, e il regista a tal proposito ha affermato che per lui non è importante rappresentare personaggi con la sua stessa visione politica, perché non è sano raccontare la storia con un filtro ideologico. Lui stesso ha dichiarato di aver pensato spesso di lavorare su una biografia di un personaggio reale, anche storicamente controverso, e di fatto, tempo fa, insieme a sua moglie aveva scritto un musical incentrato su un personaggio reale, membro di un gruppo rock che non ha però nominato. Dal momento che tutti i film e documentari sulla star riproponevano la stessa immagine quasi biblica, andando a creare una sua personale mitologia, Corbet si è reso conto che le biografie alla fine sono sempre una sorta di finzione.

“Le persone mi chiedono continuamente di scegliere una fazione, ma penso che sia più interessante stare in uno spazio in cui due cose sono vere allo stesso momento.” – Brady Corbet

Il cinema e la AI

Nel corso dell’intervento si è poi toccato uno dei temi centrali nel dibattito di oggi: quello riguardante l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) nella creazione dell’opera cinematografico. Corbet ha risposto

Ricordando che gli effetti speciali sono da sempre una forma di AI, Corbet ha affermato che in passato erano proprio questi che maggiormente demarcavano una linea di budget più o meno rigorosa, e spesso questo implicava lo sfruttamento di manodopera dei paesi come la Cina e l’Ucraina. Ad oggi, invece, il regista ha dichiarato di lavorare a stretto contatto con ingegneri specializzati, servendosi di strumenti come Pro Tools e DaVinci. Dal dialogo è emerso che ovviamente si possono usare le nuove tecnologie per creare contenuti virtuosi e allo stesso tempo pericolosi. La soluzione di Corbet sarebbe quella di costruire biblioteche virtuali per rintracciare i punti di riferimento utilizzati dalle AI, evitando che queste operino come un pettine che setaccia indiscriminatamente l’intero Web per raccogliere dati.

“La cosa più saggia sarebbe imparare ora a usare questi strumenti e permettere che lo usino registe e artigiani del cinema e dell’arte, perché potrebbe essere pericoloso lasciarlo solo nelle mani delle tech companies.” – Brady Corbet

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