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WEAPONS (2025): recensione

Articolo di Davide Rostellato

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Diciassette sono i bambini scomparsi in una tranquilla e monotona cittadina della periferia statunitense. Tutti studenti della medesima classe, tutti usciti dalle case dei genitori alle 2:17 di notte per non farvi più ritorno. Un mistero che ingloba l’intera cittadina: la polizia si adopera alle ricerche, arriva la squadra cinofila, genitori straziati dal dolore, una scuola chiusa per settimane. E in tutto ciò, di quella classe, sono rimasti solo in due: l’insegnante Justine Gandy e Alex Lilly, l’unico alunno.

Il regista Zach Cregger, affrontando la storia attraverso l’espediente dei diversi punti di vista, imprime sullo schermo la metafora sull’ambiente culturale americano moderno, in linea con le tendenze di genere dell’horror. Un ambiente contrassegnato dalla sfrenata e incontrollata vendita di armi, con vere conseguenze anche e soprattutto sui bambini: sono le scuole a ospitare il maggior numero di queste sparatorie. In Weapons, vengono presentati uno dopo l’altro gli elementi distintivi di situazioni del genere: bambini che scompaiono per sempre, trauma che porta alla perdita dell’uso della parola, la ricerca di un motivo, scuole chiuse, utilizzo delle telecamere di sicurezza per ricostruire l’accaduto (qui più precisamente quelle delle case), come in Bowling for Columbine (2002) di Michael Moore.

Già il titolo invita a focalizzarsi su come questi bambini scomparsi siano armi o, meglio, come tutti coloro che cadono nelle grinfie di Gladys (Amy Madigan) lo siano: uno Zio Sam al femminile che per malato amor proprio, per mantenersi eterna, non disdegna lo sfruttare e far soffrire chiunque pur di raggiungere un egoistico scopo di immortalità. Un po’ come fa il governo rifiutando le regolamentazioni sulle armi: i bambini diventano danni collaterali in un mondo in cui il profitto è l’apice dell’esistenza e più profitto hai, più entri nella gloria eterna.

Gloria eterna ha un sentore alquanto biblico, così come l’orario costantemente rimarcato d’uscita dei bambini dalle case: 2:17. Molti sono i versetti all’interno della Bibbia che recitano questa dicitura, ma non c’è bisogno di cercare troppo tra le pagine dell’antico testo: Cregger rende palese le parole a cui si riferisce ponendo un enorme fucile sopra la casa di Matthew (Luke Speakman), uno dei bambini scomparsi. Il Vangelo secondo Matteo recita:

2:17 – Allora si adempì l’oracolo del profeta Geremia: 18 «Un grido si udì in Rama, pianto e grave lamento: Rachele piange i suoi figli e rifiuta ogni conforto, perché non sono più».

Ed ecco che si chiude il cerchio: nel Vangelo, Rachele piange il massacro dei figli da parte dei Caldei, il massacro degli innocenti a opera dei soldati di Erode. Zach Cregger invita a riflettere su uno scenario moderno nel quale l’apparenza e il profitto sono all’ordine del giorno, nel quale i massacri non sono altro che un effetto collaterale per poter aggiungere un nuovo zero al proprio conto in banca.

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