Articolo di Lorenzo Sanarico

È possibile racchiudere in un’ora e trentadue minuti di film tutta la frenesia, l’ansia e la tensione che si prova durante un turno da infermiera? Evidentemente sì perché Petra Volpe con L’ultimo turno l’ha fatto, portando sullo schermo una testimonianza potente sul tema della mancanza di personale ospedaliero, un problema che tocca tutt’Europa. La pellicola segue la giornata lavorativa di Floria, un’infermiera di un ospedale di Zurigo che si ritrova a gestire insieme a una sola altra collega un numero altissimo di pazienti, trovandosi costantemente in lotta contro il tempo e con la pressione di aver tra le proprie mani diverse vite.
La grande forza di quest’opera sta nel fatto che tutto ciò che la compone è strutturato come un grande crescendo, più la vicenda prosegue più le problematiche dei pazienti diventano grandi e difficili da gestire: si parte da una semplice cistifellea fino ad arrivare a dover trattare un tumore al pancreas. Vediamo Floria sempre più nervosa, la sua tensione ci arriva senza filtri, la percepiamo attraverso il suo strofinarsi delle mani per sanificarle, il suo respiro affannoso, il tremolio quando si trova a dover versare nel misurino l’ennesimo analgesico della giornata, ma soprattutto nel suo continuo obbligo a dover accettare ogni tipo di critica dai pazienti, la maggior parte dei quali non accetta il fatto non essere considerati una priorità.
Floria si porta dietro lungo tutta la durata del film una fortissima pressione e noi spettatori la sentiamo insieme a lei, pressione che ha chiaramente una ricaduta personale sulla protagonista, la quale non solo deve lottare contro il tempo e le problematiche che le si presentano davanti, ma anche di fronte ad una sfida legata sua capacità di essere all’altezza della situazione in ogni momento della giornata, senza nessun margine di errore.
Anche il lato formale del film è un crescendo continuo, così come i movimenti di macchina cambiano, passiamo dai piani sequenza “puliti” e ordinati della prima metà a quelli più turbolenti della seconda frazione (dove balza all’occhio il tremolio della ripresa). Pure il lato cromatico del film muta, in partenza presenta dominanti colori caldi (con la costante del tipico verde acqua che domina l’ambiente ospedaliero come contrasto) che vanno via via a perdersi diventando sempre più scuri con l’avanzare della giornata fino a raggiungere la cupezza cromatica del finale del film. Tutte queste trasformazioni sono accompagnate da una sempre minore profondità di campo, scelta che segue la progressiva alienazione della protagonista nei confronti di ciò che la circonda.
Un grande plauso va fatto al corpo attoriale: L’ultimo turno è un dramma che si appoggia molto sull’interpretazione dell’ottima Leonie Benesch nei panni di Floria; tuttavia, tutto il cast riesce a ritagliarsi il giusto ruolo nell’economia del film, a partire da Jürg Plüss il quale interpreta lo scorbutico paziente con la sadica ossessione per la velocità di soccorso di Floria, grazie al quale il film tocca uno dei punti più alti a livello drammatico.
Per concludere, possiamo considerare L’ultimo Turno un ottimo esempio di come conciliare il cinema d’inchiesta a una messa in scena estremamente dinamica e repentina attraverso una regia ordinata e attenta, non cadendo mai nell’eccessiva retorica tipica delle pellicole che trattano l’argomento in questione. Al contrario, se ne può parlare come di un film che riesce a mantenere una certa distanza rispetto al tema che tratta portando lo spettatore al centro dell’azione, riuscendo nel grande intento di sensibilizzare grazie ad un’arma molto difficile da usare: l’immedesimazione.


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