Articolo di Davide Rostellato
Iraq, 2006. Gli Stati Uniti del presidente George W. Bush hanno invaso il territorio iracheno, siamo nella seconda Guerra del Golfo in una lotta contro il terrorismo. Obiettivo: deporre Saddam Hussein e ricercare armi di distruzione di massa. Questo è il grande mondo in cui vengono catapultati i protagonisti di Warfare – Tempo di guerra di Alex Garland, ricostruito dai ricordi di chi l’ha vissuto: due plotoni di soldati americani si dividono tra le strade, il primo occuperà una casa, il secondo un altro territorio non troppo distante. Entriamo nella casa con il primo plotone, iniziamo a riconoscere tra loro quei volti mostrati all’inizio davanti a un video di aerobica anni ’80: ecco il comandante, il mitragliatore, il cecchino che osserva i movimenti nella strada davanti a sé, chi si occupa delle comunicazioni.
Tutti hanno il loro ruolo, sono attenti, ma nonostante ciò una granata li sorprende e da qui il tono di tranquillità, di quiete prima della tempesta che aveva caratterizzato il film inizia a dissolversi: hanno un ferito, non è grave, ma devono evacuarlo. Un’altra esplosione quando cercano di portare il ferito sul Bradley li getta nel caos più totale: un caos non solo fisico, perché i feriti aumentano e ne aumenta anche la gravità, ma soprattutto mentale, di stordimento, di paura, di consapevolezza che la morte è davvero dietro l’angolo. Difficoltà a parlare, a restare concentrati, mani che tremano, suoni ovattati.
Un magistrale esempio delle conseguenze sull’uomo della guerra, che a livello tecnico non trova rivali. Il suono di Glenn Freemantle si fa vero protagonista: magistrale, immersivo, rende la tranquillità, la caoticità e la sopraffazione con una crudezza così tangibile da far temere di trovarsi realmente all’interno dello scontro. Eppure, si presenta come caso isolato all’interno di un film che altro non ha: una storia vera che senza il sonoro non avrebbe dignità filmica. Nonostante il suo cast – Will Poulter, Charles Melton, Cosmo Jarvis per citarne solo alcuni – Warfare non riesce a dare tridimensionalità ai suoi personaggi, lasciando che siano passanti labili della loro stessa storia.

Non è semplice etichettare Warfare, difficile porsi la domanda se ci si trovi di fronte a un film pro o contro la guerra. Fino ai titoli di coda viene mostrato un accerchiamento, la ricerca disperata di salvarsi e rimanere aggrappati alla vita da parte dei Navy SEAL, l’eroicità americana di salvare il proprio compagno di plotone nonostante tutto intorno a sé stia crollando, sia a livello fisico che mentale. Eppure, in un angolo ecco apparire quelle due famiglie irachene che in quella casa ora occupata e ora completamente devastata ci vivevano; e in un altro ecco invece la guerriglia irachena grande nemico statunitense che si riappropria della strada, della città invasa.
Fin qui niente di così strano: Garland e Mendoza hanno creato un film che pone come protagonista la Guerra, mostra la sua realtà e crudeltà, il prezzo umano da pagare, in linea per di più con un discorso iniziato già con Civil War (2024). Un discorso comunque marginale in Warfare e che lo diventa ancora di più alla chiusura del film: Per Elliot. Non sorprende che una pellicola tratta dai ricordi reali dei Navy SEAL che hanno vissuto l’operazione venga dedicata a uno di loro, ma quando a questo si aggiunge un footage delle riprese, le reali immagini dei soldati, la scena si ribalta . Il film non appare più antiguerra, ma propaganda, elogio dell’eroismo americano. Un elogio eroico della guerra… chissà mai come potrà essere strumentalizzato nell’America di Donald Trump.



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