Articolo di Chiara Fusar Bassini

Franco Maresco torna sugli schemi nella sua ultima opera, Un film fatto per Bene, che pur non aggiudicandosi il Leone d’oro a Venezia ha riscosso grandissimo successo fra i critici presenti all’ottantaduesima edizione della Mostra d’arte cinematografica.
Il regista, tra i volti più anticonformisti del panorama italiano, costruisce un mockumentary che mostra il dietro le quinte di un fallimento: un film mai concluso che Maresco stava girando per omaggiare il grande Carmelo Bene. Dopo innumerevoli difficoltà con gli attori e con la follia del regista, il produttore Andrea Occhipinti, esasperato, ne aveva infatti interrotto le riprese. Quando però Maresco scompare lasciando dietro sé solo una lettera in cui accusa la produzione di “filmicidio”, lo sceneggiatore e amico Umberto Cantone si mette alla sua ricerca.
È facile intuire che il film non è solo una riflessione sulla crisi dell’industria cinematografica, quanto piuttosto una critica allo stato dell’arte in sé. “Sin da piccolo pensavo che la bellezza non avrebbe salvato il mondo, eppure continuavo a pensare che il cinema, l’arte in generale avesse ragione di esistere. La tecnologia rappresenta il riscatto di chi non sa fare niente. Oggi un film non si nega a nessuno”: è questo ciò che pensa Maresco, un cinico osservatore del mondo a distanza, che ha perso la fiducia in tutto e a cui non resta che il cinema “per dare forma alla rabbia e all’orrore” che prova “per questo mondo di merda”.
Il suo modo di fare cinema caustico, corrosivo, profondamente autoironico e marcatamente pessimista riesce a far ridere di gusto, pur lasciando l’amaro in bocca. È in grado di mostrare al contempo il peggio e il meglio della propria carriera: dai successi, come il Premio speciale della giuria a Venezia 76 per La mafia non è più quella di una volta (2019), alle sue manie ossessive, che portavano a un clima insostenibile su ogni set e ad un difficile rapporto con gli attori. Eppure Maresco ne parla con la sua solita ironia, senza prendersi troppo sul serio e al contrario affrontando con estrema serietà la questione del cinema odierno.
Si tratta di una sceneggiatura profondamente assurda: la narrazione è contraria a ogni logica di pensiero, parola e azione. Racchiude in sé frammenti di telefonate rabbiose tra Maresco e Occhipinti, scene inedite del film mai concluso, spezzoni di telegiornali, riprese relative alla cornice narrativa, che come un mosaico, composto di piccoli pezzi talvolta disomogenei, creano un ampio quadro sull’opera del regista.
I personaggi sono esausti ed esauriti, stremati dall’aver a che fare con una persona così difficile. Il gioco di parole nel titolo rivela allora una realtà paradossale: il film è tutt’altro che “fatto bene”, al contrario è delirante. E il delirio consiste proprio nella non-riuscita dell’opera su Carmelo Bene le cui scene vengono stravolte e rigirate all’infinito, senza mai arrivare al montaggio.
Quello che voleva essere un omaggio all’artista simbolo della neoavanguardia italiana, si rivela un elogio del proprio fallimento, un’opera dissacrante, carismatica, dove convivono il sacro e il profano, l’originalità e il citazionismo, dove l’arte trova il suo senso nell’assurdo, nei personaggi secondari che accompagnano il viaggio di Cantone, nelle trame e sottotrame dei film che si stratificano come scatole cinesi. Forse anche solo per questo vale la pena di vederlo in sala.


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