Articolo di Davide Rostellato

Giovanni Pascoli è uno dei capisaldi della letteratura italiana, figura chiave del canone del secondo Ottocento e del primo Novecento: insomma, quel poeta che tutti abbiamo incontrato nel corso degli studi liceali, che tutti abbiamo dovuto studiare. Giuseppe Piccioni in Zvanì lo presenta con un occhio diverso, pone da parte quella figura di magister poetico – nonostante rimanga sempre ad accompagnare ogni passo della sua vita – per concentrare l’attenzione sui rapporti lo hanno segnato. “Un romanzo famigliare” recita il titolo e famiglia è la parola chiave: la morte del padre è il punto di partenza della difficile e travagliata vita interiore di Pascoli, di un uomo che cercherà la verità sull’omicidio, di un uomo che comporrà il X agosto – il più arduo San Lorenzo, di un uomo che – una volta incontrato il socialismo universale – si ergerà lui stesso a figura di padre per le sorelle.
Giovanni Pascoli, sotto la regia di Piccioni, diventa umano nel suo essere più interiore, nei suoi errori, nel suo rapporto morboso con le sorelle. Mostra il concetto di nido così legato alla sua poetica trasposto nella realtà quotidiana. In Zvanì, Pascoli si fa uomo, non solo grazie alla regia di Piccioni, ma anche alla magistrale interpretazione di Federico Cesari, che con quella soffice voce riesce a mostrare con ogni sillaba l’umanità, il dolore, la gioia di un individuo che nei testi scolastici odierni ha perso tutto ciò.
Il poeta romagnolo rompe lo spazio e il tempo, è una fotografia immortale e come tale Piccioni lo rappresenta negli incontri decisivi della formazione: il socialista Andrea Costa, il letterato Gabriele D’Annunzio, le sorelle, la famiglia – con tutti loro rivolge lo sguardo in camera, posa e click. La foto è stata scattata, il momento immortalato.
Zvanì è un film necessario da accompagnare alla lettura e allo studio di Giovanni Pascoli, di una poetica così inscindibile dalla vita privata, un arricchimento ed esplorazione dell’uomo dietro il poeta.


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