Articolo di Davide Rostellato

NUOVO INCONTRO: Ariosto Anteo, giovedì 13 novembre h. 21:30
Presentato alle Giornate degli Autori durante Venezia81 (2024), Labirinti giunge a Milano per un’imperdibile incontro già sold-out con il regista Giulio Donato. Il film si pone a metà tra reale e sogno in un paese della Calabria, dove i due amici Francesco e Mimmo hanno intrapreso strade differenti. Un coming of age che mostra i ragazzi alle prese con la scoperta della sessualità in un contesto chiuso e stretto, un film che va oltre le convenzioni. Noi abbiamo incontrato Donato per intervistarlo.
Da quando hai avuto l’idea fino a quando hai iniziato la produzione, quanto tempo è passato? Quanto ci hai lavorato?
Parecchio. L’idea mi è venuta al liceo, si è tutto sviluppato da un sogno: mi ero interrogato su ciò che si vede nel sogno, che importanza ha, se può avere fondamenta reali oppure essere stimolo o provocazione del proprio inconscio. Quando ho pensato di fare il film, inizialmente volevo girarlo in una provincia del Lazio, qualsiasi provincia ha una storia di marginazione, un po’ di provincia per me si può trovare ovunque. A modo mio l’ho trovata a Roma, anche nel mio giro.
Quando ero pronto a girare Labirinti, volevo girarlo d’estate perché c’era la sagra vera del paese che vediamo nel film, però era l’anno del Covid; perciò, la produzione è stata rimandata di quattro anni, fino al 2022 quando hanno riaperto le sagre. Nel frattempo, ho messo da parte i soldi, perché il film è autoprodotto, e ho deciso di passare dal corto al lungo, quindi questo ha aiutato anche a farlo crescere.
Stai distribuendo da solo il film: quali difficoltà hai trovato?
È difficile riuscire a programmare un tour come farebbe una distribuzione canonica, quindi magari durante una, due settimane, massimo un mese si gira l’Italia e si batte il chiodo finché è caldo. Invece così è un po’ più difficile. Però in realtà a me sta piacendo perché si crea un passaparola e sto facendo sempre cose un po’ più grosse: quindi cinema sempre più belli, sempre più gente, sempre più pubblico, che magari prima erano più amici invece ora sono proprio sconosciuti.
Io non sono ancora nessuno, la mia è un’opera prima, non c’è nessun appeal di pubblico, è un film autoriale che è andato a Venezia, ma non ci sono attori famosi, io non sono famoso e vedere che comunque c’è riscontro è super gratificante.
Però la difficoltà più grande è questa, non è facile prenotare una data, perché magari te la danno dopo mesi e mesi oppure salta. Però per il resto ho trovato grande apertura, ho contatto i cinema sul sito, li ho chiamati e praticamente tutti l’hanno fatto proiettare, quindi c’è sia apertura delle sale sia del pubblico cinefilo.
Come mai hai scelto la Calabria come ambientazione?
Perché conoscevo già il paese, era quello di mio padre, ma anche perché, osservando durante la stessa gestazione del film, gli aspetti che volevo trattare lì erano molto più pesanti, sono molto ancora da sviscerare, affrontare e scavare. L’omofobia, la cultura, gli studi: i ragazzi non sono interessati, c’è la paura del diverso che è chiusura, una paura non solo violenta ma anche di andare a vedere qualcosa di nuovo perché chissà cosa succede.
Come l’andare a Roma di Francesco.
Sì, oppure come dice Mimmo sulla Panda quando parla “sì, ci posso andare un giorno, la guardo, questa cosa però mi non interessa e torno nel mio comfort zone” e quindi per me era il luogo perfetto per affrontare il film.

L’ambientazione fa da cornice, dà il senso di isolamento e divisione dal resto del mondo. I ragazzi non leggono, magari vedono male chi sta studiando come Francesco. Puoi parlarmi di questo contrasto, tra una persona che sta cercando di aprirsi e un Mimmo che rimane fermo nelle radici del paese.
Una cosa sottile che mi interessa far notare è che per me Mimmo, che è sia il migliore amico coprotagonista ma anche antagonista, racchiude tutti i luoghi comuni negativi. Quando c’è il momento di scontro tra i due ragazzi, Mimmo parla sulla Panda della Golf, insistendo sul comprare quella macchina la scena successiva lo mostra è dal padre meccanico e si vede che a lui delle macchine non frega nulla. Nella mia mente, nella mia scrittura è un dettaglio per raccontare che Mimmo è anche vittima dei luoghi, magari è uno che avrebbe pure l’intenzione di fare qualcosa altro, però è schiacciato ed è meno coraggioso.
Francesco è quello coraggioso, anche se sembra quello più introverso, timido, spaventato, ansioso, depresso, in realtà è quello che poi ha le palle di prendere e andare a studiare e seguire la sua strada. Invece Mimmo è molto più fragile internamente.
Mi sembra che Mimmo non riesca ad uscire dal circolo vizioso in cui si trova, come si vede nella scena in cui vanno a fare le impennate con le moto e offre di fumare ai ragazzini.
Per me quella scena con i bambini serve proprio a quello, far vedere che Mimmo, nel momento in cui Francesco è andato via, cerca di far rimanere nel paese i bambini. Osservando ho notato che rimanendo nel paese ci sono pochi ragazzi della tua generazione, quindi esci con le compagnie più piccole e vedi quello di 30 anni con quello di 12 con l’apparecchio che giocano a bigliardino, no? Questo ti dà l’immagine della solitudine e della paura egoistica di Mimmo, il suo pensiero è “non voglio rimanere solo”, non che Francesco rimanga, è una scelta egoistica di preservazione.
Uno degli aspetti che ho apprezzato è che usi come scansione temporale la festa di San Francesco da Paola e volevo sapere il motivo di questa scelta.
Quello che volevo rappresentare è la ciclicità del tempo, come anche questa cosa dei ragazzi che hai colto, cioè che inizialmente si vedono loro che tirano i sassi e poi ci sono le nuove leve da svezzare con Mimmo. Volevo dare un’immagine mitologica, sacrale alla sagra, ma anche simbolica del passare e non passare del tempo, dove è quasi tutto uguale. L’establishing shot del paese lo mostra costretto in mezzo al nulla, in una realtà sempre uguale anche a distanza di anni. Per me è importante far trasmettere questo senso: mentre in una città il tempo passa troppo veloce, sembra che tutto cambi in ogni strada ogni settimana, lì invece rimane tutto uguale.

Nel passaggio degli anni mostri sempre un po’ di più della sagra, oltre all’aggregazione se ne vede anche la religiosità. E qui arriviamo alla frase “questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Si crea una sovrapposizione tra Francesco e la figura di Cristo e spingi molto sul concetto del corpo, che in Francesco è puro in contrasto a un Mimmo già indirizzato verso la sessualità. In un film che parla anche della presa di coscienza della sessualità, come mai hai voluto porre questa connotazione religiosa su Francesco?
Per quanto riguarda il corpo e l’esplorazione in maniera pura, volevo partire da una situazione interrogativa o comunque scandalosa e problematica, il sogno che fa pensare “forse potrei essere omosessuale”. In Francesco come nel paese c’è una situazione di stallo nel tempo, si trova in una situazione di difficoltà perché è molto diverso dai ragazzi che lo circondano, rappresentati da Mimmo, già presi da chiare pulsioni sessuali. Quando ci sono quelle inquadrature in cui si vede il suo corpo, è come se lui lo stesse studiando e lo guarda come a distanza in modo puro. Quando va a vedere il libro di anatomia, il corpo prende forma in modo scientifico e asettico e non sessuale, questo è un po’ il suo rapporto in quel momento di ricerca sulla sessualità.
La parte sacra andava un po’ insieme. Francesco potrebbe essere quasi un’icona, quasi sacro e un martire, c’è questo parallelo tra la sua sessualità, vedere il suo corpo in modo puro e immacolato, e la religiosità di quello che lo circonda.
Volevo cercare di fare qualcosa di un po’ sacro, un po’ mitologico simbolico, senza cercare di dare troppa connotazione temporale alla storia, non ho voluto far vedere niente di tecnologia, parlano di iPhone ma non è chiaro quando sia ambientata la vicenda, volevo creare questo limbo, questo fluttuare nel tempo, senza dare una specifica anche per raccontare qualcosa in modo più universale.
Parlavamo della simbologia, Francesco entra dentro il fuoco, è una fenice che rinascerà dalle ceneri delle fiamme in modo liberatorio, in contrasto ma in realtà in dialogo con l’isolamento del labirinto: senza avere quell’isolamento, prima di entrare dentro il labirinto, non sarebbe mai arrivato a quel fuoco.
Diciamo che è simile il rapporto, perché Francesco parte avvertendo le situazioni come ansiose, pericolose e provanti, ma diventano poi luoghi a lui amici. Il labirinto, il bosco, diventa un posto dove sta tranquillo. Il fuoco dà dualismo, da una cosa che ti può fare male, bruciare e distruggere lo protegge e lo riscalda, lo accoglie. Inizia come rapporto ostico, poi diventa uno stimolo, da tutte le difficoltà nasce qualcosa di bello. Inizialmente vede i problemi come negativi, ma i traumi più difficili che viviamo sono quelli che ci formano.
Il rapporto tra sogno e realtà è centrale. Se all’inizio si può percepire una distanza tra il sogno e il reale, pian piano questo confine inizia a essere molto labile, le due parti parlano l’una con l’altra. Come hai lavorato per renderlo visivamente?
Seguendo lo stesso processo del labirinto e del fuoco, inizialmente abbiamo usato una macchina a mano sporchissima con tante sbavature, un approccio quasi documentaristico e poi invece nei sogni si ha la macchina fissa, inquadrature più estetiche e man mano si intersecano e finiscono con un approccio quasi uguale. Volevo raccontare il processo di essere più abbracciato da questo mondo di decisioni piuttosto che respinto.
Dal punto di vista recitativo uguale, per me le scene dei sogni di realtà erano trattate allo stesso modo, per me gli attori devono agire e reagire in quello che vivono veramente e per me la messa in scena più grande è far dimenticare a tutti che si sta guardando un film: questo per me è il realismo magico. Creare un patto tra il film e lo spettatore, che qui mostra un altro stato di coscienza. Infatti, mi piacciono tantissimo i film della Rohrwacher o Apichatpong.
Come ultima domanda, volevo sapere se c’è qualche progetto nuovo a cui stai lavorando.
Sono ancora in fase di pensiero, tanti mi dicono dovrei fare subito un altro film, però io voglio che nasca naturalmente come è stato anche Labirinti. Non voglio snaturarmi, voglio fare qualcosa che sento tanto quanto questo film. Non voglio dire “ok, adesso devo fare un film”, ma voglio arrivare a dire “voglio fare questo film”.


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