labirinti, giulio donato

LABIRINTI – L’ABC del film queer?

Articolo di Davide Rostellato

labirinti, giulio donato

La ricetta per il perfetto film queer, specie se focalizzato su un uomo omosessuale, è composta da tre ingredienti ricorrenti: allontanamento, violenza e morte. Qualche volta può essere inserito un pizzico di religiosità e onirico, molto spesso il protagonista si trova su un mezzo a due ruote, veicolo di un’intimità data dalla vicinanza richiesta dal mezzo che altrimenti non sarebbe possibile. In linea generale gran parte dei film che affrontano la tematica presentano queste caratteristiche. Nell’era delle identità, punto d’arrivo della fluidità e dell’individualità postmoderne, questi elementi emblematici negativi hanno suscitato diverse critiche da parte del pubblico e dei fruitori, i quali sostengono che essi non giovino alla costruzione di un’immagine dignitosa della comunità LGBT+, anzi aumentino gli stereotipi a lei connessi. Senza nulla togliere a queste critiche, anche giustamente condivisibili, il seguente scritto non vuole entrare nella dinamica rappresentazionale a livello socioculturale, ma indagare gli elementi suddetti in Labirinti di Giulio Donato, ai quali il regista dà una sua personale lettura.

La violenza e la morte

Infatti, Labirinti si inserisce a pieno nella ricetta, riuscendo nonostante tutto a terminare su una nota positiva di rinascita, per cui la violenza rappresentata non appare fine a se stessa, ma volta a farsi fenice per permettere a Francesco di risorgere dalle sue ceneri. L’aggressività e la prepotenza si affacciano nella vita del protagonista fin dalla tenera età, prima con dei semplici sassi, poi con dei bastoni contro un cinghiale e infine con dei pugni contro il suo stesso corpo. Una violenza esercitata da fattori esterni alla persona di Francesco: sono i conoscenti e Mimmo, l’amico di una vita, a rivoltarsi contro di lui.

Una formula che ritroviamo in film come Brokeback Mountain (2005, Ang Lee) e God’s Own Country (2017, Francis Lee), nei quali la violenza ha uno scopo funzionale liberatorio: sia Jack Twist che Ennis del Mar, o Johnny Saxby e Gheorghe Ionescu hanno in comune la resistenza ai propri sentimenti, un blocco interiore che non gli permette di dare sfogo a ciò che provano ed è nel momento in cui l’equilibrio interiore vacilla e si distrugge che emerge la violenza, la quale permetterà di raggiungere la liberazione. Dopo lo sfogo turbolento arriva la possibilità per questi personaggi di abbracciare l’attrazione che provano e darle vita. La resistenza si trova anche in Labirinti, giunge al punto di rottura, ma prende una tangente differente: l’esplosione e la liberazione arrivano dalla violenza, ma non si traducono in forza amorosa come nei casi precedenti. La traduzione è nella morte: Francesco è la fenice, muore per rinascere, dopo essere stato picchiato si getta nuovamente nel suo viaggio surrealista e cammina tra le fiamme, abbracciando la sua essenza e con ciò liberandosi da una vita non sua.

L’allontanamento, il viaggio onirico e il corpo

L’allontanamento è l’elemento che termina il trittico: Francesco tende a separarsi fisicamente dagli altri ragazzi, estraniandosi dai momenti collettivi, come quando si trovano tutti insieme al falò sulla spiaggia. Ma, oltre a essere fisico, quello del protagonista è anche un allontanamento onirico. Nei suoi sogni si distanzia dalla realtà, per passeggiare in una natura sconfinata e tra le fila del labirinto che dà il nome al libro che legge e al film stesso. Un labirinto che nasce prima ancora del sogno, in un’apparizione quasi angelica del ragazzo che lo accompagnerà nel suo percorso: una forza perturbatrice vicina al Terence Stamp di Teorema (1968, Pier Paolo Pasolini), impedirà a Francesco di ignorare se stesso e lo accoglierà tra le sue braccia in occasione della decisione di smettere di correre e accettarsi.

Questa apparizione è la personificazione dell’elemento religioso che circonda la vita di Francesco nel mondo del sud d’Italia e che nell’onirico si incarna, trasformando il protagonista in un’immagine di Gesù: “questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” recita la messa e recita sul suo corpo Francesco quando cammina tra le fiamme per lasciarsi tutto alle spalle. Come dice il regista Donato, il corpo per il protagonista, a differenza dei suoi coetanei mossi dagli ormoni adolescenziali e da una visione machista e oggettivistica del corpo femminile, ha un’altra faccia: è “una mitizzazione, un’iconografia scientifica, la cosa meno sensuale possibile”. Proprio l’essere ricerca e curiosità permette a Francesco di porre sul suo di corpo l’effigie del martire, di farsi involucro racchiudendo in sé le sue paure e i suoi desideri repressi, così come quelli del paese stesso. Francesco viene circondato dal fuoco così come il paese viene sommerso dalle fiamme, portando a compimento il sacrificio per la libertà.

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