dracula, dracula l'amore perduto, luc besson

DRACULA – L’AMORE PERDUTO: recensione

Articolo di Lorenzo Sanarico

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Dopo Dogman, Luc Besson torna al cinema portando una trasposizione del Dracula di Bram Stoker con protagonisti Caleb Landry Jones, Christoph Waltz e Matilda De Angelis. Luc Besson mette in scena un Dracula che sembra quasi un’evoluzione visivamente più spinta di quello messo in scena da Francis Ford Coppola, ormai più di trent’anni fa; in questa trasposizione, infatti, si può notare come lo spostamento del peso narrativo del protagonista propenda verso una dimensione molto più umana di quanto si possa comunemente pensare. Il “Principe delle Tenebre” viene dipinto dal regista francese come un eroe romantico, con grande fascino e con capacità di seduzione pari a nessun altro.

Tuttavia, quello che salta maggiormente all’occhio è la volontà di impersonare in maniera perfetta la reincarnazione di Lucifero: Dracula in questa rappresentazione è, infatti, davvero un angelo caduto, tradito da Dio e dalla sua mancata promessa di tenere viva la sua amata Elisabeta. Si tratta però un Dracula istrionico, la cui origin story svolge un ruolo chiave nella narrazione generale del film ed è spiegata chiaramente attraverso delle sequenze che possiedono un’estetica quasi barocca, volte ad esaltare il percorso del “Figlio delle tenebre” nelle corti più importanti d’Europa.

Il film si apre con una sequenza che ricorda molto quella iniziale della versione coppoliana del Signore dei Vampiri; al pari, anche in questo caso, ritroviamo Dracula che va in battaglia, vince ma perde la sua amata, nonostante il coraggioso tentativo di salvarla. Tutto ciò rappresentato in una sequenza che non rinuncia a nulla dal punto di vista visivo, con l’importante presenza visiva di tonalità pastello (i colori che risaltano di più sono rosa, azzurro e rosso) che vanno in contrasto con il pathos e la grande forza che possiede la poetica adottata dal regista francese per rappresentare l’azione.

Luc Besson si prende molte libertà narrative nei confronti del romanzo di Bram Stoker, non solo “dimenticandosi” o “reinterpretando” alcune parti fondamentali della storia come la rigenerazione e la fuga del Conte stesso dalla Transylvania, ma anche cambiando il luogo in cui la storia si sviluppa. Difatti, il cineasta francese decide di spostare il fulcro della storia nella sua città natale: Parigi, che si dimostra estremamente centrale nella storia, accompagnando i protagonisti attraverso la sua architettura e i suoi punti centrali, dalla Tour Eiffel, alle celebri giostre del periodo invernale ai Jardins des Tuileries, fino alla corte del Palais Royal.

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Un’altra novità che si può rilevare nella trasposizione bessoniana è la centralità dei ruoli ecclesiastici all’interno della vicenda, che vengono racchiusi a pieno dal carisma e dall’ecletticità del prete interpretato da Cristoph Waltz, in un ruolo che sembra più simile a quello di un investigatore che di un uomo di Chiesa, sempre attento ad ogni dettaglio e ad ogni mossa legata ai personaggi che interagiscono con il Conte Dracula e con il suo ritorno tra la gente alla ricerca della sua amata Elisabeta, la quale è interpretata da un’ottima Zoë Blue, capace di incarnare molto bene il difficile compito di rappresentare sul grande schermo il doppio ruolo. L’attrice statunitense è stata impegnata infatti anche nell’impersonificazione di Mina, la promessa sposa dell’Avvocato Harker e personaggio fulcro della storia. Dato che fa da ponte tra Dracula e il suo ritorno nella socialità, la scelta di vedere in Mina la reincarnazione di Elisabeta è coraggiosa e sembra ancora di più un rimando all’interpretazione di Coppola, il primo ad aver introdotto questa intuizione narrativa.

Il Dracula di Besson è un Dracula che si allontana dalla visione di Bram Stoker del personaggio, accantonando il lato più crudele e spietato e la poetica orrorifica (soprattutto dalla seconda metà del film in poi) e sociale del personaggio, tema che nel romanzo dello scrittore irlandese rappresenta uno dei fulcri della storia specialmente nella sua estensione legata alla paura del diverso e del passato che si scontra con il presente, al contrario esalta di più la sua dimensione amorosa e personale, cercando di instaurare anche un contatto umano tra “Il Conte maledetto” e il pubblico.

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