Articolo di Lorenzo Sanarico

I fratelli Dardenne ci regalano 105 intensi minuti di dramma sulla maternità e sulla tendenza all’errore dell’essere umano
Si dice che un regista nel corso della sua carriera diriga sempre lo stesso film, in questo caso i registi sono due ma il detto rimane valido, anzi, probabilmente diventa ancora più calzante. Giovani madri è il perfetto catalizzatore della poetica dei Dardenne: asciutto, crudo, potente ed estraniante, capace di muoversi fluidamente tra le storie delle cinque jeunes mères. La pellicola tratta le vicende di cinque giovani madri: Julie, Perla, Jessica, Ariane e Naïma, costrette a fare i conti con l’arduo compito di crescere i propri bimbi aiutate solamente dalle volontarie dell’istituto in cui vivono. Ognuna di loro trova un ostacolo lungo il proprio cammino, tra chi non ha ancora partorito, a chi sta facendo i conti con l’assenza di una figura a cui appoggiarsi, a chi, d’altro canto, combatte contro i fantasmi del passato.
Il film riesce ad elevarsi attraverso l’intensa poetica con cui racconta le diverse sfaccettature della solitudine e delle intemperie che si porta dietro una prematura maternità e lo fa mantenendo in maniera coesa la struttura narrativa della vicenda. Le cinque storie si parlano, trovano punti di incontro e dialogano tra loro, esattamente come in un mosaico: i tasselli che compongono le storie delle nostre cinque protagoniste formano una composizione unica e armoniosa. Compattezza che ritroviamo non solo sul lato drammaturgico ma anche su quello registico, più volte, i Dardenne utilizzano la stessa inquadratura per raccontare una parte della giornata comune a più protagoniste.
La coppia di registi belgi in questa pellicola mantiene una grande vicinanza fisica della macchina da presa nei confronti delle protagoniste, prossimità che, a tratti, risulta addirittura asfissiante per il modo intenso nella quale riesce a farci entrare nella vicenda. Nel film, inoltre, non si ha praticamente traccia di “campi”, al contrario, invece, di “piani” e inquadrature con poca profondità di campo, che sono presenti in grande quantità e conferiscono un maggior peso alle figure umane nello spazio e maggior possibilità allo spettatore di “sentire” le storie delle protagoniste.
Le cinque eroine portano con sé tanti temi cari ai Dardenne come la precarietà, la cronicità dell’errore umano e le disuguaglianze sociali, ma quello che spicca di più tra tutti sono le conseguenze portate dalle mancanze dei genitori sulla vita dei propri figli. Le ragazze protagoniste si trovano in un periodo della vita molto particolare, molte di loro non si sono nemmeno diplomate e devono affrontare decisioni di importanza fondamentale per la loro vita, alcune di loro rispondono presenti prendendo scelte dolorose ma la maggior parte sembra incastrata in un perenne stato di infanzia costante, sono goffe, impacciate e in balia degli eventi, incastrate in situazioni davanti alle quali non possiedono le vere competenze per arrivare a delle vere soluzioni, complice la mancanza di una direzione a e la pressione di dover affrontare le stesse sfide sulle quali, a loro volta, le proprie madri prima di loro erano cadute. Tutto ciò porta le ragazze a dover pagare il prezzo della negligenza di chi le ha messe al mondo, temi grevi che però vengono messi in scena attraverso un organicità narrativa e tecnica fluida e puntuale.


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