Articolo di Davide Rostellato

“Famiglia” è forse uno dei primi termini con cui diventiamo famigliari nel corso delle nostre vite. Eppure, il suo significato per quanto universale è tutt’altro che univoco. In un mondo in cui oggi sulla famiglia si giocano diverse battaglie – anche e forse soprattutto politiche, Jim Jarmusch con Father Mother Sister Brother (vincitore del Leone d’oro a Venezia 82) decide di affrontare il concetto in modo interno ma tuttavia distaccato. Mostra un trittico di famiglie caratterizzato da peculiari modus operandi e tenuto insieme da continui rimandi tra un episodio e l’altro – il colore dei vestiti, i Rolex, Bob’s your uncle per citarne alcuni.
Nella prima parte, Jarmusch illustra la famiglia composta da Tom Waits, Adam Driver e Mayim Bialik, apice del disagio relazionale con un padre apparentemente sgangherato e fuori dal mondo e due fratelli distanti, una tensione che letteralmente si tagli in due – con un’ascia per di più. Si instaura un gioco di potere tra i tre: il fratello Jeff (Driver) si mostra come il premuroso della situazione credendo gli permetta di tenere il coltello dalla parte del manico, lo stesso pensa la sorella Emily (Bialik) tenendo un muro di distanza, ma nessuno dei due si rende conto che la persona che hanno davanti non è quella che sembra. Il padre non è l’uomo malridotto che pensano di salvare. Chi è veramente? Un figlio può davvero conoscere il proprio padre? Sono queste le domande che Jarmusch sembra porre prima di passare all’episodio successivo.
Nella seconda parte, incontriamo una madre e due sorelle che si riuniscono una volta l’anno per prendere il tè. Il disagio e l’imbarazzo sono taglienti anche in questo caso con una madre (Charlotte Rampling) castrante e ossessionata dall’ordine, una figlia maggiore (Cate Blanchett) mai cresciuta e in cerca dell’approvazione materna e una minore (Vicky Krieps) distante, ferma nel non farsi davvero conoscere. Il tutto viene incorniciato dal libro della matriarca, Boundaries of love, come a urlare per iscritto il distacco tra le tre donne. Qual è il significato di una relazione famigliare, quale forma può assumere, in quale modo può presentarsi?

Visivamente, sembra essere un campo-controcampo continuo, in cui lo sfondo che dovrebbe unire i due interlocutori si congiunge alla macchina da presa per dividerli. Eppure, ciò cambia nel finale del trittico, caratterizzato dall’assenza genitoriale, dalla loro morte che lascia i due gemelli (i sister brother del titolo) a fare i conti con le conseguenze – liberare l’appartamento dei genitori, tornare bambini, essere avvolti dai ricordi. Questo è l’unico elemento del trittico che va oltre l’imbarazzo e il disagio, Indya Moore e Luke Sabbat portano in scena un legame fraterno, di complicità e amore completamente assente negli episodi precedenti, la cui distanza era talmente prominente da spingere Jarmusch a utilizzare ogni elemento possibile per mostrare il baratro emotivo tra i personaggi.
Dunque, la domanda che sorge è: che cos’è la famiglia? Tutto e nulla. Con questo film, Jarmusch colpisce nel modo in cui riesce a rappresentare crudamente e umanamente le sfaccettature dei rapporti famigliari, illustrando come la famiglia non sia una cosa unica e univoca, ma abbia una definizione diversa per chiunque vi sia dentro.


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