Articolo di Davide Rostellato
Caro bambino, il mondo in cui nasci non è quello delle fiabe che ti racconteranno, quello del vivranno felici e contenti, ma è un mondo che da quei racconti ha estratto gli elementi più drammatici e dolorosi. Quello in cui nasci è un mondo segnato dalla guerra e dalla pace, dalla povertà e dalla ricchezza, dicotomie antitetiche che ti lasceranno perso all’interno della loro vastità. Ma non preoccuparti, bambino: non sarai solo e quando soffrirai, ti aiuterò a rialzarti.
Eva Victor, esordiente alla regia, ci racconta la storia di Agnes (interpretata da lei stessa), una giovane donna entrata nel mondo accademico della letteratura, avendo ottenuto la cattedra nell’università di Fairpoint (New England) – la stessa in cui ha svolto il dottorato. Quella di Agnes è una storia che si snoda tra diversi anni, cadenzati da didascalie ad annunciare ciò che ha contraddistinto quel particolare anno: the year with the sandwich, the year with the baby, the year with the bad thing. Estratti di frase che racchiudono il mondo interiore di Agnes, unendosi a un racconto al tempo stesso delicato e ironico.
Affrontando il tema dell’abuso, Eva Victor prende la conscia decisione di non fermarsi a quello, di non definire la sua protagonista solamente intorno a esso: l’abuso rimane come fil rouge che unisce il racconto, come spettro che perseguita la quotidianità di Agnes, ma – a differenza di molta narrazione che limita il suo personaggio a essere vittima – Victor crea una donna che ricomincia. Non mette un freno alla sua intera vita per crogiolarsi nel dolore, come gran parte del discorso sulle vittime di abusi sembra aspettarsi e quasi sadisticamente sembra gioire nel vedere una donna incatenata a quella categoria.

Agnes si fa emblema della rinascita, del rialzarsi, dell’imparare a convivere con la cosa brutta, come la chiama lei. Il trauma cammina mano nella mano con lei, ma pian piano, anche grazie all’aiuto dell’amica di una vita Lydie (Naomi Ackie) e al miglior sandwich di sempre, Agnes riuscirà a camminare un passo avanti e basterà quel semplice passo – che in sé racchiude vastità inimmaginabili – per andare avanti.
Poetico nella narrazione e nella messa in scena, Sorry, baby irrompe nel mondo cinematografico per regalarci un ritratto della femminilità mai banale e inserito in un universo che di armonioso nulla ha, ma nel quale è comunque possibile ritagliarsi uno margine di serenità. Sorry, baby è il primo respiro nell’aria di montagna dopo aver passato anni chiusi in una prigione di smog.



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