Articolo di Davide Rostellato

Film personale e sensibile, Sentimental Value, con il suo quartetto di protagonisti, mostra un passato e un presente in continuo dialogo e in continua rivisitazione: l’aiuto reciproco tra due sorelle che hanno percorso la vita una accanto all’altra senza mai demordere; un padre assente che nel suo silenzio cerca di mostrare quei sentimenti così a lungo rimasti incatenati dentro di lui e che ora non vogliono far altro che uscire; e una casa che ha visto generazioni su generazioni di questa famiglia cadere nella trappola dell’incomunicabilità. Assenza e incomunicabilità, infatti, sono i due poli tra cui Joachim Trier e Eskil Vogt si muovono, già a partire dalle inquadrature iniziali: un tema per la scuola scritto dal punto di vista della casa getta le basi per aiutarci a percorrere i corridoi di Sentimental Value.
Trier riprende in questo film alcuni temi toccati in La persona peggiore del mondo, il cui legame con Sentimental Value risulta palese già dalla scelta di riportare sullo schermo Renate Reinsve: l’attrice norvegese diventa ponte tra queste due elaborazioni vitali, creando una sorta di continuum narrativo. Il rapporto padre-figlia che nell’opera precedente Trier affrontava solo in modo marginale qui diventa prorompente: un trittico emotivo che mostra il peso generato dalla mancanza fisica e verbale di Gustav (Stellan Skarsgard) – vediamo l’impatto sia su Nora che Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) che Gustav in modo circolare. Errare è umano dice il detto ed ecco come da una serie di errori si è giunti a creare una montagna così alta che è difficile oltrepassarla, “non hai il diritto di preoccuparti per me” esclama Nora al padre. Eppure, Gustav vuole provarci. Un copione si fa ramo d’ulivo, ma quanto è difficile cercare di passare dall’altra parte! Talmente difficile da portare Gustav a scusarsi con Rachel Kemp (Elle Fanning), l’attrice americana che prende i panni di Nora.

La stessa Nora che sembra essere stata quella più segnata dall’assenza del padre, la figlia maggiore che ha dovuto – e voluto – farsi carico della sorella, prendendosene cura e cercando di darle il meglio che poteva nell’infanzia. E ora Agnes “ricambia il favore”: lei, nonostante tutto incisa dal dolore, è l’ago della bilancia che conduce verso un principio di dialogo. Forse una delle scene più intime, reali e grezze dell’intero film è proprio quella tra le due sorelle: “Perché la nostra infanzia non ti ha rovinato?” “Io avevo te” – possiamo vivere nella stessa casa, crescere con gli stessi genitori, non saremo mai uguali, ma ci saremo sempre l’una per l’altra. Sembra quasi banale riassumerlo così, eppure poche parole possono abbattere una diga. Soprattutto se le si unisce a una potente narrazione e a un utilizzo delle transizioni che parlano più dei momenti di dialogo.
Che gioia assistere a questo cinema intimo e reale. Può non essere sicuramente per tutti i denti, ma così come può esserlo qualsiasi film, qualsiasi opera d’arte: al di là dell’oggettivo apprezzamento di certe tecniche, della struttura della storia rimane sempre il sentimento. Solo l’opera che genera sentimento verrà portata dentro il cuore per il resto della vita. E Sentimental Value ne ha di valore sentimentale.


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