Articolo di Davide Rostellato

Era il 1942 quando Albert Camus pubblica Lo straniero, questi non era però soltanto un romanzo: il lettore si affacciava e interagiva per la prima volta con quello che sarebbe in seguito diventato il manifesto letterario dell’assurdo, esplicato poi attraverso le concezioni filosofiche espresse nel Mito di Sisifo. Brevemente, questo è il mondo nel quale François Ozon si getta ed esplora attraverso il suo film: inserendosi dell’ambientazione dell’esistenzialismo, il regista francese segue le orme di Camus, costruendo uno scenario filmico che da una parte riprende le istanze dell’assurdo e dall’altra ne mostra una personalizzazione.
Chiaro è che, quando un cineasta si approccia a un testo appartenente a un differente contesto storico, diventa necessario porsi delle domande su come adattarlo, attualizzarlo e renderlo appetibile al pensiero contemporaneo e questa operazione riguarda tanto il regista quanto il pubblico. Ozon crea davanti alla macchina da presa un Meursault moderno, interpretato da Benjamin Voisin, che inevitabilmente tende in parte a snaturare il pensiero del filosofo francese. Lo straniero rimane manifesto dell’assurdo, ma propende a espanderne l’ambientazione.
Da contesto a protagonista, lo scenario della colonia francese dell’Algeria permette a Ozon di interfacciarsi con la concezione post-coloniale, la quale diviene emblematica nella morte dell’arabo. Meursault cessa di essere straniero solo nel senso di persona estranea ai dettami della società, di un uomo che vive seguendo i principi dell’assurdo: con Ozon, Meursault diventa un francese straniero in terra algerina. Si fa egli stesso colono e, in quanto straniero, verrà condannato.
L’esistenzialismo lascia il passo alla critica post-coloniale, già in parte osservabile nel labile collegamento che possiamo creare con Beau Travail di Claire Denis, incarnato nella presenza in entrambe le pellicole di Denis Lavant, qui nei panni dell’anziano Salamano: quella francese è una vacua presenza, invasore distante ma persistente. Meursault appare scontarsi con ciò, ribelle attraverso azioni lontane da grida e collisioni: la sua è una ribellione silenziosa, interiore e integrale, che rivoluziona tutto il suo essere in una lotta continua con un sistema sociale che non comprende.

Sono proprio questa indifferenza e questo distaccamento tipici dell’assurdo che Ozon riprende e sfrutta per realizzare la critica al colonialismo e al razzismo: “Ho ucciso un arabo”, “Non le contesteranno l’uccisione di un arabo”, “Mio fratello non conta, era arabo”. I reali stranieri, attraverso lo sguardo francese, sono gli algerini, quegli stessi indigeni a cui è vietato l’ingresso nei cinema della loro città. Stranieri in casa loro.
L’assurdo di Camus, infine, si presta come facciata per le necessità narrative di Ozon. Certamente assurdo sarebbe pretendere un adattamento del romanzo fedele pagina per pagina, l’attenzione verte su altro e non su questo, verte sul modo attraverso cui Ozon sfrutta un’intera corrente filosofica come critica, ignorandone però i fondamenti. L’uomo dell’assurdo non è né buono né cattivo – come sosteneva Sartre parlando del romanzo di Camus, non ha questa dualità. Non si inserisce nelle regole e nei dettami sociali, l’uomo dell’assurdo è solo uomo esperienziale ed è forse in ciò che il film perde in parte la sua potenza.
I can turn and walk away, or I can fire the gun / Staring at the sky, staring at the sun / Whichever I choose, it amounts to the same / Absolutely nothing
Impossibile è adattare l’assurdo a forma filmica, l’unica via praticabile – ed è quella imboccata da Ozon – è di sfruttarlo per raccontare qualcosa di altro.
Lo Straniero è al cinema dal 2 aprile.


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